Finestre

Finestre sul Mondo: le trasformazioni attuali dei Paesi europei e non.

Radicalizzazione, banalizzazione e neologismi nel discorso politico (Italia e Slovacchia).

Radicalization, trivialization and neologisms in the political discourse (in Italy and Slovakia).

 

Mgr FRANCESCO BONICELLI VERRINA,

Univerzita Komenskeho v Bratislave, Všeobecna Jazykoveda.
 

È generalmente osservabile nel mondo occidentale l'emergere (o riemergere) di parole, discorsi, espressioni che sembravano ormai "fantasmi" e che invece ricevono nuova vita nel discorso pubblico e nel modo di far politica e rivelano visioni del mondo e degli altri esseri umani che pareva la storia avesse sepolto, alle quali chiunque, a qualsiasi livello, avesse fatto riferimento pubblicamente (a maggior ragione rappresentando un'istituzione), per lo meno nella seconda metà del Novecento, sarebbe stato considerato quantomeno scorretto, inopportuno, estremista, e relegato in un angolo del dibattito politico e del confronto pubblico.

Se è vero che le istituzioni democratiche e i partiti dell'Italia democratica post-fascista erano, nel dopoguerra, pieni di "ex fascisti", per esempio, ammesso che anche tanti di costoro potessero ancora intimamente essere in accordo con il defunto regime, l'importante era quello che dicevano e facevano di conseguenza in accordo alle parole della Costituzione del nuovo regime democratico.

Nessun politico di sinistra o di centro o di destra degli anni '70 o ‘80 avrebbe definito, almeno pubblicamente, "politicamente divisiva" la memoria dell'olocausto, invocando magari un "equo trattamento", da parte della storiografia, di vittime e carnefici, o sostenuto apertamente idee razziste nei confronti di altre fedi e culture, nessuno avrebbe colorato di "politico" teorie, osservazioni, constatazioni autorevoli scientifiche, pensando poi di potersi definire ed essere definito "di centro" o "moderato".

Senza l'arrogante pretesa di trovare risultati o soluzioni, in poche pagine, a una questione tanto complessa, sembra però opportuno, anziché rischiare di confondere i concetti di scientificità e di rigore metodologico con quelli di asetticità e sterilità, che portano a scansare ogni responsabilità e presa di posizione pubblica, cercare almeno di osservare e registrare questo fenomeno permettendosi qualche considerazione, forse anche personale, ma senz'altro fondata, che contribuisca se non altro ad un aumento dell'attenzione e della sorveglianza critica sui fenomeni di "distrazione di massa" che probabilmente sono complici dello stato dei diritti umani, civili e ambientali nel mondo e di una certa degenerazione delle democrazie (registrati da anni dallo Human Rights Watch e dagli osservatori sulla democrazia nel mondo, come per esempio quello della Fondazione Feltrinelli o dell'Internazionale Progressista).

Ritengo come il linguista tedesco Victor Klemperer che molto spesso la lingua e i suoi usi rappresentino una spia di questi fenomeni di "distrazione di massa" e siano un punto d'osservazione privilegiato per cogliere certe tendenze che non rimangono poi confinate all'uso della lingua ma si ripercuotono sulla vita e sulle società in generale, come appare, senza bisogno di dimostrazioni, dai fatti irrazionali della storia anche più recenti e attuali. Diceva il poeta tedesco Heinrich Heine che dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche le persone.

I dispositivi digitali e i social network hanno verosimilmente trasformato una parte dei consumatori di messaggi politici in moltiplicatori attivi di quegli stessi messaggi e in polemisti più o meno fanatici, più o meno consapevolmente al servizio del dilagare di certe tendenze politiche e discorsive.

Sembra quasi che anche grazie a questi mezzi la polemica fanatica sia diventata norma di qualsiasi dibattito anche non necessariamente politico, una norma irradiata forse da una certa pratica del discorso politico che ha politicizzato tutto (pur nella concordemente proclamata "fine delle ideologie").

Per descrivere e definire questi fenomeni può essere valido e interessante un approccio interdisciplinare che fornisca alla riflessione linguistica utili apporti dalla filosofia, dalla storiografia, dall'antropologia, dalle scienze sociali e politiche, dalla psicologia, dalla pedagogia, dalla letteratura.

 

  1. Fantasmi del passato, implicature e "slogan sospesi".

 

Chiunque avesse sostenuto pubblicamente certe posizioni fino a vent'anni fa circa, sarebbe stato consapevole di appartenere ad ali estreme e con lui i suoi sostenitori, che oggi invece possono far rimbalzare discorsi razzisti e anti-democratici o illiberali o pericolosamente anti-scientifici (per esempio i movimenti NO-Vax) nella vita quotidiana, sentendo semplicemente di affermare il proprio diritto ad esprimere una "libera" opinione su tutto, questo moltiplicato per il potere di diffusione che oggi danno i social network.

Ognuno si sente per altro titolato a parlare ex-cathedra, ben lungi da quel senso delle "istituzioni commoventi" di cui parlava il poeta, scrittore e regista italiano Pier Paolo Pasolini, iconoclasta e ribelle, ma difensore delle istituzioni libere e democratiche, come confluenza di sacrifici, battaglie, libertà[1].

In particolare è utile soffermarsi sulla massima di relazione, particolarmente efficace nella pubblicità commerciale e nella propaganda politica.

È conforme (non vero o verificabile/falsificabile) agli scopi della comunicazione dire "buono come lo zucchero" o "nero come un corvo", ma anche, "fumare come un turco" o assai peggio dire: "essere ricco e avido come un ebreo".

Sarebbe poco sensato e poco cooperativo dire "alto come un francese" o "nero come una scatola", dal momento che né i francesi sono esempi tipici di persone alte, né le scatole sono esempi tipici di cose di colore nero.

Nemmeno tutti gli ebrei sono ricchi e tantomeno avidi, eppure questo esempio, come altri, risulta ancora, nonostante tutto, straordinariamente cooperativo in diversi contesti e largamente usato in discorsi politici, insieme ad altri vecchi e nuovi analoghi stereotipi xenofobi, enunciati in modo anche più raffinato e implicito e non ancora filtrati dagli anticorpi della cultura.

Grillo chiamò "vecchia puttana" il premio Nobel italiano Rita Levi Montalcini (sopravvissuta all'olocausto) "quella con lo zucchero filato in testa", nel 2001. Nel 2012 ha incominciato a parlare di "lobby ebraica", espressione ormai parte del linguaggio politico italiano.

L'anno dopo una deputata del partito politico fondato da Grillo, Movimento Cinque Stelle, Roberta Lombardi, definì il fascismo un'ideologia "con un altissimo senso dello Stato e della famiglia" e Grillo rincarò la dose affermando: "Hitler era sicuramente un pazzo malato, ma la sua idea di eliminare gli ebrei aveva come obiettivo di eliminare la loro dittatura finanziaria", definendo poi il giornalista Gad Lerner "verme ebreo".[2]

Ciò è tanto più interessante in quanto il partito di Grillo non solo prende milioni di voti, ideologicamente trasversali (ed ha dimostrato una buona dose di spregiudicatezza e disinvoltura nelle alleanze di governo con partiti molto diversi fra loro), ma soprattutto non è dichiaratamente nato sotto la stella dell'antisemitismo, pur evidentemente praticandolo (e negando di praticarlo), e rifiutando particolari connotazioni ideologiche, presentandosi fin dall'inizio piuttosto come una sorta di movimento anti-politico e "piglia-tutto".

Un altro fantasma, che nulla ha a che vedere con l'antisemitismo, è quello di Enrico Berlinguer, storico e popolarissimo segretario del Partito Comunista Italiano (1972-1984), risorto nelle sedi della Lega con un fumetto che gli fa dire, evidentemente rivolto all'elettorato di sinistra che la Lega spera di strappare alle forze in campo avversarie: "Ma non vi vergognate di votare ancora PD (Partito Democratico)?".

Si tenta qui, forse, un po' sulle orme del modello di Salvini, Vladimir Putin (basti pensare alla sua riabilitazione ed esaltazione di Stalin), di accreditarsi sì come forza nazionalista, sovranista, euro-scettica, anti-immigrazione (nel blocco "euro-sovranista" di Marine LePen, la quale pure riesce a strappare voti all'estrema sinistra francese), e anche come restauratori di un certo "comunismo tradizionale", "tradito" dal centro-sinistra democratico. "Berlinguer vi prenderebbe a sputazzi (sputi)" ha detto Salvini il 18/01/2020 ad alcuni contestatori ad un suo comizio a Maranello (Emilia-Romagna).

La pubblicità si serve a piene mani di comunicazione per relazione. Se ci dicono "sicuro come l'aspartame", l'implicatura è che l'aspartame debba essere un fulgido esempio di sicurezza.

Ciò non accadrebbe se ci venisse comunicato lo stesso messaggio per asserzione, del tipo: "l'aspartame è la sostanza più sicura". Anche nel destinatario più sprovveduto, questa asserzione susciterebbe probabilmente un sospetto critico, farebbe scattare un po' di scetticismo, mettendo in allerta nei confronti dell'emittente, risultando addirittura poco credibile e controproducente allo scopo.

L'interessante è che questo tipo di comunicazione riesca a trasmetterci un contenuto molto discutibile. Si tratta di un'informazione difficile da trasmettere per immagini, quindi era necessario codificarla in un enunciato linguistico, ma non in maniera diretta e assertiva, bensì in maniera indiretta ed implicita (LOMBARDI VALLAURI, 2019: 51).

Così si è fatto e così si è venduto aspartame, per esempio, e si è continuato a farlo anche ben oltre l'arrivo di pubblicazioni scientifiche in merito ai suoi danni alla salute. Perché spesso le informazioni che ci arrivano per implicatura, specie di relazione, ci scivolano nell'inconscio e si sedimentano, grazie a quello stesso principio cooperativo, dono dell'evoluzione.

Non stupisce che per George Orwell l'abilità retorica dei politici di 1984 consista nel dire l'indicibile, convincere delle cose più disumane e inascoltabili, trasformando ed edulcorando mostruosità.

Il "lavoro sporco" di inserire un contenuto discutibile è sempre a carico del destinatario, inconsapevole co-creatore di posverità, il quale non dovrà far altro che credere a sé stesso (LOMBARDI VALLAURI, 2019: 52).

Lo storytelling politico conta sempre più clamorosamente, secondo lo studioso francese Christian Salmon (2014), sul coinvolgimento attivo di masse di ascoltatori che diventano da passivi ricettori ad "attivi" co-protagonisti (come in un karaoke). Masse sempre più attive nella co-formulazione e diffusione dei messaggi politici, senza ulteriori mediazioni, anche attraverso la virtualizzazione dell'adunata, sui social network.

Come già sapeva il retore sofista ateniese Gorgia (per il quale la parola era farmaco e veleno), contemporaneo di Socrate, l'oratore di successo non si augura affatto che il suo lavoro sia guardato con attenzione, compreso nei dettagli, analizzato a fondo, si augura precisamente il contrario.

I messaggi pubblicitari e propagandistici, sono confezionati contando su queste condizioni di arrivo, puntano tutto sull'elemento più visibile ed evidente: lo slogan, poche parole che verranno lette anche senza volerlo al primo sguardo, anche da chi scorra la rivista o il sito web in cerca d'altro, o guidi su una superstrada o cammini lungo un marciapiede (LOMBARDI VALLAURI, 2019: 54).

Un destinatario, insomma, è raggiunto e influenzato, persuaso da allusioni, non accorgendosi di ciò che non va nel messaggio, a meno che non sia decisamente diversamente orientato (avverso) e/o abbia un'alta soglia dell'attenzione, ovvero sia in allerta, ma l'attenzione è un bene limitato della nostra mente, eroso da sempre più stimoli. Più siamo distratti, più siamo influenzabili (LOMBARDI VALLAURI, 2019: 56).

La vaghezza linguistica, anche sintattica, è una componente costitutiva fondamentale di questo processo nel linguaggio politico, accompagnata da un generale impoverimento del linguaggio, in cui tutti sono in effetti davvero protagonisti.

Parlare per esempio di "politica del fare" (come fanno Renzi, Salvini, Di Maio e altri) è sintatticamente vago. A soffermarsi viene da domandare e domandarsi: "Fare cosa?", il complemento oggetto dovrebbe persuaderci, se mai, ma la sua assenza dovrebbe lasciarci quanto meno perplessi, sospettosi e scettici.

Chi, da sinistra a destra, usa questa espressione inflazionata nei suoi comizi, sa bene che chi lo ascolta non si soffermerà sull'analisi grammaticale, che in questo caso non denuncia tanto un'assenza di regolarità, quanto di un programma o del coraggio o della competenza di esplicitarlo. La povertà e l'abbruttimento del linguaggio sono per Victor Klemperer (linguista ebreo tedesco), nel suo diario Lingua del Terzo Reich, un sintomo di deterioramento politico, anche in grado di sopravvivere ai propri responsabili, con ampi effetti sul lungo termine[3]. E il linguaggio influenza il nostro modo di comportarci, relazionarci, vedere il mondo, immaginare il futuro, ricordare il passato.

La collaboratività del ricevente, innescata e sfruttata, completa con quello che vorrebbe sentirsi dire o quel che non si può dire, in quanto magari espressione delle più oscure pulsioni.

I cartelloni di Forza Italia, nella campagna elettorale per le elezioni politiche italiane del 2006, sfruttavano sistematicamente questa strategia:

 

-"Di nuovo la tassa di successione? No, grazie"

-"I NO-GLOBAL al governo? No, grazie"

-"Fermiamo le grandi opere? No, grazie"

-"Più tasse sui tuoi risparmi? No, grazie"

-"Più tasse sulla tua casa? No, grazie"

-"Immigrati clandestini a volontà? No, grazie" (LOMBARDI VALLAURI, 2019: 61).

 

Ciascuno dei messaggi, esplicitamente, prendeva una posizione negativa su ipotesi impopolari o comunque presentate in modo da suonare indesiderabili. Apparentemente il partito in questione si limitava a dichiararsi contrario a queste eventualità, con un cortese "no, grazie". Ciascun messaggio veicolava in maniera implicita un altro contenuto ben più importante, e cioè che lo schieramento avversario, se avesse vinto, avrebbe perpetrato quei provvedimenti.

Secondo Lombardi Vallauri (2019) esattamente come il dichiarare: "No, grazie, non mi serve l'ombrello" avverte chi ci ascolta che ci è stato offerto un ombrello (anche se non fosse così), idem, in regime di campagna elettorale, il dire "no, non vogliamo di nuovo la tassa di successione, non vogliamo immigrati clandestini a volontà" induce l'elettore a pensare che vi sia il "pericolo" che la tassa venga reintrodotta o che vi sia un atteggiamento quanto meno "pressapochistico" nei confronti dell'immigrazione, da parte degli avversari dell'emittente.

Il giornalista Giuliano Ferrara arrivò addirittura a fondare un partito con il nome "Aborto? No, grazie", per le elezioni politiche italiane 2008 e le europee del 2009. L'escalation si è compiuta alle elezioni politiche del 2018 con lo slogan della Lega di Matteo Salvini: "Schiavi dell'Europa? No, grazie".

A riprova dell'influenza della lingua sul modo di pensare e di far politica, nessuno nel 2006 avrebbe potuto proditoriamente accusare in maniera assertiva e diretta i propri avversari politici di essere "complici dei trafficanti di clandestini"[4] ed avere milioni di sostenitori, per esempio, però quindici anni di implicature lo hanno reso possibile oggi.

Una commissione di sorveglianza, come quella proposta dalla senatrice Liliana Segre (una degli ultimi sopravvissuti italiani ad Auschwitz) nell'ottobre 2019, al Parlamento della Repubblica Italiana, è stata accolta come "liberticida", fino a definirla "strumentalizzazione", "censura", "sovietica", "bavaglio".[5] Implicando dunque che chi proponga un controllo sull'hate-speech sia in realtà intenzionato a limitare o addirittura negare la libertà d'espressione. Una significativa confusione fra libertà d'espressione e insulto o mistificazione storico-politica.

L'implicatura salva da sanzioni, fa apparire nei confronti dei riceventi empatici con loro e obiettivi. Contenuti sostanzialmente diffamatori risultano convincenti. Il "lavoro sporco", consistente nel gettare accuse approssimative sull'altra parte politica, viene compiuto dall'elettore che trae l'implicatura.

Alle stesse sopra citate elezioni del 2006, anche la coalizione di Sinistra faceva un'operazione retorica simile a quella di Forza Italia, con i seguenti slogan:

 

-"Senza asili nido le famiglie non crescono"

-"Il lavoro precario chiude la speranza"

-"Una sanità che funziona rende tutti più liberi"

 

Implicando che gli avversari non volessero asili nido e ospedali efficienti e che sostenessero la precarizzazione del lavoro.

Anche da un punto di vista lessicale è interessante osservare quanto i campi politici fossero abbastanza segnati nel 2006, con la trinità lessicale del centro-sinistra: lavoro, sanità, famiglia (poi in parte sottratta dalla nuova destra) e un centro-destra che in tre slogan su cinque parlava di tasse e negli altri due paventava "sovversione" e "destabilizzazione" (nuclei sovversivi no-global al governo e immigrati clandestini senza controllo).

Si iniziava per altro ad operare quella distinzione tendenziosa fra "immigrato clandestino" e "immigrato regolare", destinata a diventare sempre più pregnante nel discorso politico nel decennio successivo.

Ben lungi dal rimanere una definizione burocratica ufficiale da questure, usciva dalle stazioni di polizia e si insinuava nel linguaggio popolare quotidiano, espressione anche di un aumento della percezione del pericolo (insicurezza sociale, economica, pubblica), accanto a una decrescita effettiva dei reati (secondo dati Istat del 2018), e le parole "clandestino" (cioè fuori legge) e "immigrato", "straniero", "extra-comunitario", "irregolare", "profugo", "rifugiato" sono diventate sinonimi nel linguaggio comune, implicando una specie di "colpevolezza" intrinseca nel fatto stesso di non essere italiano.[6]

Non senza responsabilità è anche l'abitudine giornalistica fuori controllo di specificare sempre la nazionalità di un colpevole o presunto tale, quando non italiano. L'effetto di questo tipo di informazione (sia voluto o no) è quello di far implicare che vi sia un forte nesso causa-effetto fra l'essere di una diversa nazionalità e il commettere reati o perpetrare aggressioni (LOMBARDI VALLAURI, 2019: 69).

Fino ad arrivare al video-messaggio virale di Giorgia Meloni, nel febbraio 2019, contro la sottoscrizione del governo italiano del Global Compact, il documento ONU sull'immigrazione, con la giustificazione che non si possa ospitare "chiunque scappi da casa sua perché ha fame o così perché gli va"[7].

"Perché gli va", messaggio di una vaghezza linguistica disarmante, che impedisce un'analisi approfondita di qualsiasi tipo sul nascere ed è questo il vero problema, non solo implica che molti migranti si spostino quasi per sport, per divertimento, ma soprattutto nasconde le diverse drammatiche cause sociali, politiche, religiose, economiche, umane, ambientali, climatiche che spingono i migranti a fuggire e cercare di raggiungere l'Europa.

Nell'italiano odierno, parlato, un giovane può dire "mi va/non mi va di fare questo", in modo sgrammaticato e approssimativo. In un tema a scuola verrebbe quasi certamente segnato come errore, un bambino che rispondesse "non mi va di fare questa cosa" potrebbe sembrare capriccioso.

Certo non descrive la situazione di chi per qualsiasi ragione scelga di abbandonare la sua casa, la sua famiglia, il suo paese, attraversare il deserto più grande del mondo per migliaia di chilometri e poi il mar Mediterraneo, su qualche peschereccio o gommone di fortuna, rischiando di morire di fame o sete durante il percorso, annegare, ammalarsi, essere schiavizzato, stuprato, subire angherie, venire ucciso.

Tutto ciò è arrivato ad essere definito da Matteo Salvini, Beppe Grillo e Luigi Di Maio, Giorgia Meloni[8] e altri sotto l'etichetta di "taxi/crociere del Mediterraneo", nella campagna elettorale per le elezioni politiche italiane del 2018.[9]

Già nel 2017 Salvini usciva con affermazioni del tipo: "Gli esseri umani vanno aiutati. Ma 2/3 sono clandestini" (LOMBARDI VALLAURI, 2019: 69). Seguendo la massima di relazione è legittimo dedurre che, almeno linguisticamente, nel lessico salviniano (di Salvini e di chi lo ascolta), per implicatura, chi fa parte della categoria di "clandestino", portandosi dietro tutti i suoi sinonimi, veri o presunti, non sia più parte del genere umano e (quindi) non vada aiutato.

 

  1. "Cambiare tutto" e "fare pulizia". La lingua politica del rispecchiamento.

 

Alle elezioni  europee del 2019 Giorgia Meloni ha proposto la sua candidatura con lo slogan: "In Europa per cambiare tutto". Se davvero si cominciassero a cambiare tutte le cose che dipendono dall'UE, ci sarebbero enormi disagi in qualsiasi stato membro ne faccia parte (basti vedere quanto accaduto nel Regno Unito, con una lunga gestazione per la Brexit, assolutamente non istantanea), ci sarebbero enormi disagi anche fra i seguaci più convinti del suo partito, Fratelli d'Italia.

Cosa vorrà dire quel "cambiare tutto"? Il senso resta vago, ma la connotazione implicita resta fortemente persuasiva. Tanto basta per simpatizzare, a un elettore superficiale che ami pensare di "cambiare tutto" e al quale non interessi riflettere su cosa comporti. Come osserva Lombardi Vallauri (2019), finché ci saranno molti elettori così, questa strategia pagherà chi la metterà in campo (LOMBARDI VALLAURI, 2019: 104).

L'uso di concetti vaghi e piglia-tutto, come "famiglia", ispira fiducia in chi non ha idee politiche precise o è disinteressato e disattento. Ha riguardato ampiamente la Lega di Salvini: "Giù le mani dalla famiglia! No ai matrimoni omosessuali".

Questo tipo di linguaggio implicito ha veicolato, in pochi anni di escalation, a molti che vogliono "cambiare tutto" e che hanno a cuore l'idea di "famiglia", per esempio, che gli omosessuali minaccino la famiglia tradizionale, l'Europa blocchi la strada per il cambiamento e ci voglia schiavizzare, i migranti clandestini non vadano aiutati perché non sono esseri umani.

Già il 2 giugno 2018 Salvini aveva detto "la pacchia per i clandestini è finita" e definito le ONG "vice-scafisti".[10]

Di recente il Dizionario Treccani ha aggiunto alla definizione di "scafista": "operaio addetto alla manutenzione/riparazione di scafi di navi e aerei", anche quella secondaria, ormai di uso comune, di "chi trasporta immigrati clandestini servendosi di motoscafi", attività che, secondo Salvini, le organizzazioni umanitarie non governative, che operano con volontari nel Mediterraneo, farebbero in loro vece quindi.

Ben più interessante è soffermarsi sulla parola "pacchia", secondo la definizione del Dizionario Treccani: "condizione di vita, o di lavoro, facile e spensierata, particolarmente conveniente, senza fatiche o problemi, senza preoccupazioni materiali, anche l'avere da mangiare e da bere in abbondanza".

Molte volte Salvini, anche come ministro degli Interni della Repubblica Italiana, ha definito in questo modo la condizione dell'immigrato clandestino.

Se tuttavia durante il suo ministero nel governo in coalizione con il Movimento Cinque Stelle "la pacchia è finita", già il 13 settembre 2019, appena uscito dal governo, formatosi un nuovo governo di coalizione di Movimento Cinque Stelle, Partito Democratico e Liberi e Uguali, Salvini se ne usciva, sempre in diretta facebook, con un nuovo proclama agli immigrati clandestini: "Festeggiate finché potete, vi prenderemo, la pacchia finirà e faremo pulizia".[11]

"Fare pulizia" implica "pulizia di clandestini", fa pensare ad altre epoche ed altri episodi storici nei quali la stessa parola è stata accostata ad esseri umani, "pulire da" "pulire di", come "debellare", come si debellano parassiti e insetti infestanti.

In quanto a "pulizia" in politica occorrerebbe memoria storica per osservare che è una parola che è stata spesso usata anche da movimenti poco o per niente liberi e democratici, nel corso della storia.

È parola ampiamente usata anche dall'altra nuova forza politica del panorama italiano, Movimento Cinque Stelle, in pochi anni diventato, con la Lega, uno dei primi partiti del Paese, in termini di voti e popolarità.

Forza politica fondata all'insegna dell'anti-politica, dal comico Beppe Grillo, Movimento Cinque Stelle, alle elezioni politiche italiane del gennaio 2013 aveva conquistato 162 seggi in Parlamento, affermandosi come primo partito nazionale. Grillo intimava al resto del Parlamento, da fuori, tra la folla di fans in piazza: "Siete circondati" e "Apriremo il parlamento come una scatola di tonno".[12]

Il Parlamento non è più un edificio, un'istituzione, ma è stato linguisticamente trasformato nell'oggetto simbolo dell'usa e getta, del mangiare da poco, alla veloce, la scatola di alluminio che si apre in un attimo, si usa e si butta via. I parlamentari dei vecchi partiti sono accerchiati, circondati, come in un colpo di stato, dovrebbero uscire, a mani in alto magari.

Una volta al governo, il ministro del Lavoro (poi degli Esteri), Luigi Di Maio, capo politico del Movimento Cinque Stelle, al governo in coalizione con la Lega dal 2018, parlava nel giugno del 2019 di "pulizia" all'interno del Movimento, che ha avuto diverse espulsioni: "Ci sono persone che bivaccano, serve pulizia. Non si può entrare, mettere tutto a soqquadro".[13]

Vale a dire che chi nel Movimento non è d'accordo con il capo politico deve andarsene, altrimenti "fa soqquadro", occorre "pulizia" di chi è nel movimento a "bivaccare".

Benito Mussolini si insediò, come Presidente del Consiglio dei Ministri il 16 novembre del 1922, con il celebre "discorso del bivacco", paragonando la Camera dei Deputati, alla quale parlava, a un "bivacco".

Bivaccare: trascorrere la notte in un bivacco (l'accampamento alpino dei pastori o dei soldati o degli alpinisti), pernottare all'aperto, "accamparsi in modo provvisorio e non ordinato" secondo il Dizionario Treccani. Non si può entrare nel movimento senza mettersi in un certo "ordine" dunque.

Il discorso politico populista tende a presentare l'immagine di una società indifferenziata e semplificata, che punta su opposizioni rigorose, antagonismi e distinzioni rigide tra amici e nemici (CEDRONI, 2014: 35). E confonde questo con l'ordine.

L'elemento centrale del populismo è il riferimento al "popolo" (alla "gente delle valli", Salvini, 2018), sia come invocazione e come appello al "popolo", non meglio identificato, sia come richiamo alla "voce del popolo" (CEDRONI, 2014: 38).

"Avvocato del popolo, amico del popolo" (come passò alla storia il rivoluzionario francese Jean-Paul Marat) fu definito da Di Maio e dal Movimento Cinque Stelle il loro candidato premier, Antonio Conte (professore di Diritto), nel 2018.

La stessa piattaforma online, attraverso la quale il "popolo pentastellato" esercita una forma di "democrazia diretta", virtualizzata, si chiama "Rousseau" e spesso Di Maio se ne esce dicendo: "chiederemo a Rousseau", "decide Rousseau", quando si tratta di sondare la popolarità di qualche provvedimento, che viene sottoposto al giudizio preventivo della "rete".

Interessanti sono anche le comuni, rimbalzate, reciproche accuse di "intrighi", anche declinati nel più tipicamente italiano "inciuci". "Inciucio" è parola popolare italiana, ormai di uso politico esteso e trasversale, che indica in un'accezione più macchiettistica (se non teatrale) l'intrigo o complotto, di solito implicitamente ai danni del popolo.

Il discorso politico del populismo si costruisce intorno a un certo schema: Noi, i nostri, il popolo, voi, loro: quelli lassù, là fuori, completamente diversi, stranieri (CEDRONI, 2014: 40). Anche il segretario del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, segretario dal 2019 al 2021, ha imperniato la sua campagna elettorale alle primarie del partito sull'idea del ritorno del "Noi" anche nel suo partito, in una rincorsa al populismo.

Si tratta di espedienti retorici semplificatori e volti a far intendere che l'emittente si occupa della "gente", creando un rapporto quasi intimo, per esempio anche tramite analogie come l'equazione tra partito e casa privata, tra bilancio pubblico dello Stato e bilancio di un'impresa.

Silvio Berlusconi, quale imprenditore dell'editoria e dell'informazione, ma soprattutto presidente di una delle prime squadre di calcio del campionato nazionale italiano, il Milan, annunciò la sua entrata in politica, nel 1994, come "discesa in campo" (con implicito riferimento ai suoi successi sul campo di calcio), per far sentire la sua vicinanza alla gente, chiamando anche il suo partito come un incitamento da stadio: "Forza Italia".

Berlusconi fece riferimento alla casa (nel suo lessico collegata implicitamente anche alle idee di impresa e squadra) quando chiamò "Casa delle libertà" la coalizione da lui guidata dal 1994, poi trasformata, usciti coloro che erano diventati nei vari passaggi politici "indesiderabili", in partito, nel 2009, come "Popolo della Libertà", sciolto nel 2013.

Se i partiti della Prima Repubblica (1946-1992) richiamavano tutti la dimensione ideologica: Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista, Partito Liberale, Partito Repubblicano, eccetera, nella Seconda Repubblica solo il Partito Democratico, fondato nel 2007 per raccogliere il centro-sinistra italiano atomizzato dopo il crollo dei partiti storici e passato attraverso vette di simbolismo fitomorfico: "La Quercia", "L'Ulivo", "La Margherita", "La Rosa nel pugno", etc, ha osato chiamarsi partito (proseguendo in un tentativo di apparentamento ideale ai Democratici statunitensi), gli altri partiti hanno tutti fatto riferimento a una nuova dimensione emotivo-populistica.

A partire dal partito "L'Italia dei Valori", fondato da Antonio Di Pietro, il giudice simbolo della stagione di processi politici che ha fatto implodere la Prima Repubblica ("Tangentopoli"), facendo riferimento alla parola "valore", implicando valore morale, anche se non meglio definito, fino al più recente "Popolo della Famiglia", nato in opposizione alla legge sui matrimoni omosessuali, per la difesa dei "valori tradizionali".

"Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale", di Giorgia Meloni, che fa un enfatico riferimento all'inno nazionale di Goffredo Mameli e ad un'ideale "fratellanza nazionale italiana", ha dato dal 2012 una nuova "casa politica" alla destra nazionale, sociale e neo-fascista, dopo le divisioni e trasformazioni del vecchio Movimento Sociale (fondato in continuità della sciolta Repubblica Sociale Italiana di Mussolini).

La Lega, nata come "Lega Nord", nel 1989, faceva riferimento alla Lega Lombarda, costituita fra i Comuni liberi del nord Italia, nel XII secolo, contro l'imperatore Federico Barbarossa, enfatizzando l'unione ed indipendenza di un mai esistito popolo padano-celtico, affermandosi come partito-movimento, revisionista sull'unità italiana ed euro-scettico. Poi trasformato in Lega, dal 2018, sotto la guida carismatica di Salvini, mantenendo il nome simbolico, la lega politica spontaneamente fondata dal popolo come resistenza agli oppressori o agli invasori, ormai capace di capitalizzare elettorato del nord quanto del sud.

Infine Movimento Cinque Stelle, nato nel 2009, anti-politico e con l'aspirazione dichiarata di prendere il 100% dei voti, ha scelto un nome benaugurante, i suoi membri si ritengono, dando un calcio alla modestia, "a cinque stelle", in contrasto con l'assenza di valore dell'altra vecchia classe politica (o "casta", nel loro lessico). Dire di qualcosa "a cinque stelle" è espressione di uso comune per indicare qualcosa di grande qualità, si fa implicitamente riferimento, nell'immaginario collettivo, al mondo alberghiero o della ristorazione, "vetrina" e "traino" dell'Italia.

Va sempre nella direzione volta a creare una dimensione intima con l'elettorato, ad esempio, anche l'espressione, molto in voga nel discorso politico italiano, "mettere le mani in tasca agli italiani". Chi la usa vuole apparire come colui che mette in guardia gli elettori da chi vuole mettere le mani nelle loro tasche, come un padre con un bambino che sta per incorrere in uno scippatore di strada, la tassazione per lo stato sociale viene equiparata ad una sorta di saccheggio, scippo, estorsione.

L'emittente appare come qualcuno che si preoccupa: "i tuoi affari sono i miei affari", ovvero "io mi occupo di te e del tuo problema", come nello slogan del Partito democratico della sinistra, in Italia, "I care" (CEDRONI, 2014: 41), negli anni di Bill Clinton in America (e di Berlusconi in Italia), una potente formula politica populista, potenziata, in pieni anni '90, dall'uso attraente dell'inglese, all'inizio della moda dei forestierismi inglesi nel discorso politico italiano.[14]

"Io parlo apertamente e alla buona", "io non ho peli sulla lingua", continuano a ripetere politici del Movimento Cinque Stelle e della Lega, ostentando aperta antipatia per chi abbia proprietà di linguaggio e li corregga per esempio in merito a fatti storici, come quando Di Maio, attualmente ministro degli Esteri, disse che Pinochet era stato dittatore in Venezuela.

Francesco Speroni, eurodeputato della Lega (dal 1999 al 2014), si è fatto conoscere per aver rivendicato in più occasioni di "parlare da ignorante" perché ritiene di "rappresentare un elettorato ignorante, questa è la democrazia". L'affermazione evidentemente implicava una sorta di preteso vantaggio (se non merito) nel voler rimanere ignoranti e così eventualmente rispecchiare (anziché emancipare) la parte più ignorante dell'elettorato.

Si parlò e si parla infatti, nella Seconda Repubblica (in Italia), e in altre democrazie odierne, di "democrazia del rispecchiamento" (sempre più al ribasso), nella quale i leader politici non sono più stimati e seguiti in base alla propria capacità di formulare concetti semanticamente e lessicalmente alti (in una tensione educativa, forse paternalistica), talvolta quasi incomprensibili all'elettorato (vetta esemplare in tal senso può essere considerato il concetto delle "convergenze parallele", geometricamente impossibili, espresso da Aldo Moro, segretario della Democrazia Cristiana (1959-1964), per esprimere il "compromesso storico" fra comunisti e democristiani in Parlamento e al governo, nel 1974). Bisogna dire che Speroni ha poi avuto diversi emuli che lo hanno citato più volte negli anni.

Nel 2007 Umberto Bossi, fondatore della Lega, invitò addirittura i leghisti a "prendere i fucili" per difendersi dal prelievo fiscale.[15]

L'uso dell'accrescitivo, popolare e empatico, talvolta sarcastico, anche laddove è necessaria una forzatura linguistica, è ampiamente sfruttato da Salvini: "ciaone", "bacioni", "dottoroni", "musoni", etc.

La rappresentazione negativa dell'avversario avviene tramite ingiurie verbali iperboliche e spesso metaforiche, sostituendo l'argomentazione critica e razionale.

Iperbolici sono gli elenchi che Salvini fa nei suoi discorsi per enfatizzare le categorie con le quali si sente solidale, in contrapposizione agli "altri".

Iperbole può essere considerato anche l'indicare genericamente tutti i propri avversari a sinistra come "comunisti", per esempio, ivi includendo anche moderati, cristiani, liberali, socialisti, democratici, etc, come faceva (con una certa dose di "bonapartismo") Silvio Berlusconi, avendo per altro nel suo partito anche ex membri della sinistra, ma indicando generalmente chiunque non fosse con lui come "comunista", e implicitamente "nemico", estendendo oltre ogni ragionevole limite (per un ventennio dopo il crollo della cortina di ferro) il tempo della contrapposizione ideologica fra i due blocchi, durante il quale l'Italia si era collocata saldamente nel blocco filo-americano.

Oggi Salvini chiama "sinistri", o come Grillo e Di Maio usa anche i termini "radical-chic" e "borghesi", tutti coloro che, da destra a sinistra, sono contro di lui. "Sinistro" in italiano è infatti un aggettivo che, usato in un contesto politico, può indicare, in maniera vaga, chi faccia parte della sinistra, ma implica anche il significato primario che indica qualcosa di oscuro e pericoloso (il senso di pericolo che evocava la parola "comunista", in tanti elettori italiani, fra gli anni '50 e '70).

Nel giugno 2019 scoppiò in Italia il "caso Sea Watch". Salvini, come ministro degli Interni, aveva promulgato il decreto di chiusura dei porti alle navi delle ONG attive nel Mediterraneo per salvare i migranti naufraghi.

Carola Rackete, volontaria tedesca trentenne, alla guida dell'imbarcazione Sea Watch, forzò il blocco, dopo giorni di appelli per poter attraccare con i suoi naufraghi raccolti, fra i quali anche donne e bambini. Fu perseguita e poi assolta per il suo operato "illegale", con le varie attenuanti.

Ciò che è più interessante, dal punto di vista della lingua politica e di quello che crea, è che in quei giorni Salvini si prodigò nello squalificare Carola Rackete facendo leva sul fatto che avesse più lauree e fosse poliglotta e venisse da una famiglia "ricca e borghese".

Inevitabilmente il fatto di essere colti, laureati e poliglotti per Salvini è un demerito, sono meno funzionali ad altre sue eventuali richieste agli italiani dei "pieni poteri", come nel 2019[16] (come Mussolini nel 1924). I suoi candidati ed elettori devono più rispecchiare la sua Lucia Borgonzoni, la quale da candidata alla presidenza della regione Emilia Romagna sosteneva che la sua regione confinasse con il Trentino Alto-Adige[17] e da sottosegretaria alla Cultura si vantò di non leggere un libro da tre anni[18].

Il fatto di essere "ricco" per Salvini non è ovviamente un problema, come non lo è per Donald Trump o per Vladimir Putin, i suoi due massimi modelli politici internazionali, ma come loro non denigra tanto chi è ricco (loro stessi e molti loro amici lo sono), quanto chi si riconosce nei principi "borghesi", che, dall'Illuminismo (forse dal Rinascimento) in poi, hanno implicato anche una progressiva attenzione e sensibilità, intese come obbligo morale, verso chi è socialmente ed economicamente meno fortunato da parte di chi lo è di più, anche senza essere necessariamente miliardario.

Così si costruisce il sentimento di ingiustizia in un popolo come quello italiano, che fra i paesi UE ha sempre avuto e ancora ha un esteso ceto medio che tuttavia si è percepito sempre più attaccato da tasse e finanza e si percepisce sempre più "povero", in competizione con gli altri più "poveri" che vengono in Italia (contribuendo anche alle pensioni italiane: l'Italia ha la popolazione più vecchia d'Europa, senza ricambio generazionale).

Così una persona di ceto medio che compia un'azione del genere di quella intrapresa dalla Rackete, persona socialmente ed economicamente analoga a milioni di italiani, viene raccontata e percepita nell'immaginario collettivo come una sorta di "Robin Hood al contrario". "Ricca", tedesca, quindi naturalmente alleata dei "poteri forti" che mettono in atto la "sostituzione etnica" per colpire l'Italia e i già impoveriti italiani.

Gli insulti sessisti che ha ricevuto sui social network, vera e propria "gogna", in quei giorni, dimostrano il livello di malessere politico creato da un certo uso della lingua e da un certo racconto e da una certa interpretazione della realtà.

 

  1. Alcuni degli slogan politici raccolti dalla campagna elettorale per le elezioni parlamentari slovacche del 2020. Un esempio di uso delle implicature e della retorica del rispecchiamento:

 

  • partito OĽaNO (Matovič) - slogan:  Úprimne a odvážne (Onestamente e coraggiosamente).
  • Si tratta di un partito letteralmente composto di "Gente comune e personaggi indipendenti", che pretende di dimostrare quella onestà e quel coraggio, non meglio specificati, che gli avversari evidentemente non possiedono.
  • partito Smer (Pellegrini) - slogan: Zodpovedná zmena (Cambio responsabile).
  • Un partito che ha come nome "Direzione" fa certamente leva, come tanti altri partiti, sulla sfera emotivo-populistica, un partito che spinge verso una direzione, anche qui non meglio specificata. Va detto, è già importante avere una direzione ma bisognerebbe anche essere informati su quale sia, nessuno salirebbe su un autobus o su un treno che non si sappia dove sono diretti, se non costretto. Per fortuna, ci pensa lo slogan a specificare: "cambio responsabile", che dovrebbe forse bastare a qualcuno che si ritenga genericamente "responsabile" a simpatizzare, perché anche qui non si specifica di quali cambiamenti si parli e quindi verso cosa e a quale titolo i candidati di questo partito dovrebbero essere ritenuti più responsabili di altri.
  • partito SNS (Danko) - slogan: Zastavili sme Istanbulský dohovor (Abbiamo fermato la Convenzione di Istanbul).
  • Il "Partito Nazionale Slovacco" (noto per le esternazioni xenofobe del suo ex segretario Jan Slota) è per lo meno l'unico ad aver esposto nel suo slogan un contenuto esplicito, per quanto deprecabile. Ovvero, ci dicono apertamente, facendosene anche vanto: abbiamo fermato la Convenzione di Istanbul (la convenzione internazionale del 2011 sulla violenza di genere). Come a dire: se ritieni sia una cosa saggia votaci. Evidentemente bisognerebbe verificare che cosa l'opinione pubblica slovacca abbia avuto modo di sapere e approfondire in merito a quella convenzione e si potrebbe discutere all'infinito sul perché e come una convenzione internazionale contro la violenza di genere debba e possa diventare "politicamente divisiva", in un paese libero e democratico, in uno stato di diritto.

 

  • partito Sas (Sulík) - slogan: Alternatíva existuje / Menej štátu, nižšie dane / Zdravý rozum je najlepší recept (L´alternativa esiste / Meno stato, tasse piú basse / Senso comune é la ricettta migliore).
  • Il partito “Libertà e Solidarietà” fa forse più leva su una sorta di complottismo collettivo: un’alternativa c’è ma non te la fanno vedere, elettore: la ricetta è meno stato e tasse più basse (un vecchio mantra berlusconiano, sedicente liberale ma in contrasto con le tesi dei grandi statisti liberali storici come Luigi Einaudi, che ebbe e avrebbe alquanto da obiettare sulla solidarietà e sulla libertà di uno stato senza tasse per lo stato sociale e i servizi pubblici), "il senso comune è la ricetta migliore", simile a quanto ripete in continuazione Matteo Salvini, il povero "senso comune" messo in antitesi a tutti i vari non meglio qualificati "professoroni".

 

  • partito PS/Spolu - slogan: Za férové a hrdé Slovensko (Per una Slovacchia giusta e orgogliosa).
  • "Insieme": "Per una Slovacchia giusta e orgogliosa", si commenta da solo e fa abbastanza eco al partito di Antonio Di Pietro "L'Italia dei valori", contrapposto all'Italia senza valori, come in questo caso: insieme contrapposti agli slovacchi senza giustizia e senza orgoglio.
  • partito KDH - slogan: Nádej pre spravodlivé Slovensko (Speranza per una Slovacchia giusta).
  • Lo storico partito cristiano slovacco richiama a un sentimento di speranza e di giustizia che evidentemente richiamano radici e valori cristiani in un preciso target elettorale che fa riferimento a quel gruppo e orizzonte ideale-religioso specifico.

 

  • partito Dobrá voľba - slogan: Riešenia bez hádok (Soluzioni senza litigi).
  • “Buona scelta” sembra analogo al partito italiano “Bene Comune”, clamoroso flop ma potente quanto vago messaggio politico: la prospettiva di trovare in democrazia soluzioni senza “litigi” per un “bene comune" è talmente utopistica da somigliare più a una proposta para-dittatoriale, un po' come quella del Movimento Cinque Stelle e di tutte quelle forze populistiche che pretenderebbero di avere la totalità dei consensi (cosa che non accade nemmeno nelle elezioni rituali truccate in Corea del Nord). Si tratta anche forse di una quasi patologica colpevolizzazione del contrasto, scontro, confronto di idee, colpevolizzazione che di fatto può essere l'altra faccia della medaglia della fanatizzazione del dibattito pubblico, lungi dall’esserne l’antidoto.
  • partito Ľudová strana - Naše Slovensko (Kotleba) - slogan: Chceme Slovensko národné a kresťanské. A čo ty? (Vogliamo la Slovacchia nazionale e cristiana. E tu?).
  • Marian Kotleba, internazionalmente noto per slogan come: "Le slovacche sono le donne più belle" e per le sue uscite xenofobe, euroscettiche, ultranazionaliste (per usare degli eufemismi) fa un perfetto gioco di implicatura nel suo slogan, usando termini sostanzialmente "neutri" come "nazionale" e "cristiana", ma con il chiaro intento di veicolare significati ben più incisivi e di pilotare un eventuale elettore inconsapevole, sprovveduto, disattento o disinteressato verso la galassia ultranazionalista, ci pone la solita domanda retorica "innocente" con implicatura, lasciando tutto il lavoro sporco all'elettore che legge: "Vogliamo una Slovacchia nazionale e cristiana e tu?" ovvero: "La vuoi anche tu una Slovacchia nazionale e cristiana, come la vogliamo noi?", e implica anche naturalmente: qualsiasi sia la tua idea di questi due termini neutri e vaghi di per sé "nazionale e cristiano", sappi che con gli altri non li avrai.
  • partito Sme rodina (Kollár) - slogan: Myslím srdcom (Penso con il cuore).
  • "Siamo una famiglia" è certamente un partito che vuole fare il gioco di Silvio Berlusconi con "Forza Italia" assurto da slogan sportivo a slogan politico. Qui forse si fa riferimento alla vecchia canzone: We are family, delle Sister Sledge. Implica logicamente il potersi sentire in un clima famigliare, casalingo, quasi in un'atmosfera da focolare, con il leader, come "La Casa delle Libertà". Ovviamente in questo caso completa il nome di convenienza lo slogan: "Penso con il cuore", come una vera e propria pubblicità commerciale che debba vendere un prodotto facendoci sentire a casa nell’acquistarlo e consumarlo.

 

  • partito Vlasť (Harabin) - slogan: Ukradli našu vlasť. Vráťme ju ľuďom! (Ci hanno rubato la patria. Ridiamola al popolo!).
  • Il partito della patria punta invece su uno slogan di chiara accusa, per implicatura, che "gli altri/loro" hanno rubato la patria, ancor più enfatico e teatrale: "Ci hanno rubato la patria!" (il "ci" come a dire anche: io sono stato derubato come voi). Qualcuno ha rubato questa patria bisogna acciuffarlo e restituire al popolo questa "povera patria", il candidato non si candida tanto a presiedere e guidare un paese quanto a essere assunto come un detective, evidentemente, dal popolo, per andare a riconquistare la patria perduta e ci promette che lo farà al posto nostro, senza che noi dobbiamo nemmeno muovere un dito.

 

Conclusioni.

 

È difficile arrivare a conclusioni nette e certe per un lavoro, in realtà all'interno di una più ampia e articolata ricerca di dottorato (con un approccio interdisciplinare), che non si pone come obiettivo altro che quello di raccogliere elementi che contribuiscano a descrivere e definire un fenomeno osservato e osservabile, per quanto discutibile: l'impoverimento e la radicalizzazione del discorso politico, in relazione a un altro coevo fenomeno sotto gli occhi di tutti e già a sua volta oggetto di studi scientifici: la vasta fanatizzazione e banalizzazione del dibattito pubblico nella lingua comune, per mezzo dei social ed a tutti i livelli, non tanto e solo come turpiloquio (si potrebbero anzi rinvenire esempi di turpiloqui concettuali e raffinatissimi in tutte le epoche) bensì come manifesta tendenza generale alla superficialità, alla deresponsabilizzazione, al binarismo, all'ipersemplificazione di discorsi sempre più scevri di tracce di approfondimento e problematizzazione e fatti per altro da personaggi che di ciò si fanno vanto, in maniera più o meno ostentata e per di più ottenendo il risultato del successo elettorale o comunque un qualche successo di pubblico, fama, consenso, seguito, diventando quindi invitanti modelli sociali (e anche linguistici, comportamentali e culturali) ai quali omologarsi.

Da un punto di vista meramente empirico non si può dire che tutto questo non desti preoccupazione per i suoi effetti e che quindi non sia opportuno osservare tutto ciò, anche se non porterà a risultati immediati (come un'equazione o un algoritmo) e forse ancor meno a soluzioni, ovvero che non sia scientificamente e culturalmente valido e necessario, se non utile, raccogliere i dati e le prove di questo fenomeno, fare considerazioni sulle cause e sugli effetti possibili di quegli elementi e descrivere questi fatti che forse, o probabilmente, un giorno non lontano produrranno ulteriori sviluppi che dalle cause, che oggi sono sotto i nostri occhi e possiamo osservare, non promettono niente di buono.

Non riflettere sulla lingua e sui fenomeni linguistici e sulle sue tendenze, con un approccio interdisciplinare, così come sulla politica e sull'educazione linguistiche, fa male alla democrazia e alla libertà, com'ebbero a dire, in termini diversi, Tullio De Mauro nei suoi studi di una vita e Gianni Rodari attraverso le sue opere di fantasia e di immaginazione. Entrambi ci hanno invitato a vedere nella lingua uno strumento libero e di creazione, un gioco serio per dirla con Johan Huizinga, non un abito ingessato, ma qualcosa da custodire, coltivare e da arricchire continuamente e da usare come inesauribile strumento e fonte di creazione, espressione, libertà ed emancipazione.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

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Francesco Bonicelli Verrina, Univerzita Komenskeho v Bratislave, This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

 

 

[1]   https://francescomacri.wordpress.com/2018/10/06/pier-paolo-pasolini-ai-giovani-contestatori-del-68-siete-in-ritardo/ (04/04/2022).

[2]     Osservatorio Italiano Antisemitismo e Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, Milano: osservatorioantisemitismo.it/articoli/antisemitismo-di-beppe-grillo/ (18/01/2020).

[3]     Per Klemperer espressioni e parole come "de-nazificare" erano nella Germania del dopoguerra testimoni di quanto la manipolazione linguistica operata dal nazismo fosse sopravvissuta al nazismo stesso, lasciando aperto il dubbio che una lingua modificata possa portare avanti e custodire i semi del regime stesso che l'ha creata, nel modo di ragionare (se siamo la lingua che parliamo) anche quando esso è stato sconfitto ed è scomparso.

[4]     M. Salvini, huffingtonpost.it/entry/salvini-su-facebook-io-non-sono-stato-non-sono-e-non-saro-mai-complice-dei-trafficanti-di-esseri-umani (20/01/2019)

[5]     S.Berlusconi (31/10/2019 www.ilfattoquotidiano.it/2019/10/31/berlusconi-fi-astenuta-su-commissione-contro-odio-no-a-strumentalizzazioni-la-sinistra-voleva-nuovo-reato-dopinione), G. Meloni (02/11/2019 it.blastingnews.com/politica/2019/11/commissione-segre-meloni-vecchia-idea-della-boldrini-censura-politica-della-sinistra), M. Salvini (02/11/2019 https://www.huffingtonpost.it/entry/salvini-contro-la-commissione-segre-e-sovietica-si-imbavaglia-il-popolo).

[6]     accademiadellacrusca.it/it/consulenza/migranti-profughi-e-rifugiati-anche-le-parole-delle-migrazioni-sono-sempre-in-viaggio (12/01/2020).

[7]     huffingtonpost.it/entry/giorgia-meloni-detta-la-linea-sul-global-compact (27/02/2019).

[8]     Sommati superano ampiamente la metà dei voti espressi alle elezioni politiche italiane del 2018.

[9]     Per chi voglia approfondire si consiglia la lettura di Roberto Saviano, In mare non esistono taxi, Contrasto, Milano, 2019.

[10]     repubblica.it/politica/2018/06/02/news/governo_salvini_lega_migranti.

[11]     ilfattoquotidiano.it/2019/09/13/lega-salvini-a-migranti-festeggiate-finche-potete-poi-riprenderemo-con-la-pulizia

[12]     adnkronos.com/IGN/News/Politica/Grillo-presenta-le-liste-Apriremo-il-Parlamento-come-una-scatola-di-tonno

[13]     ilfattoquotidiano.it/2019/06/22/m5s-di-maio-ci-sono-persone-che-bivaccano-serve-pulizia-non-si-puo-entrare-mettere-tutto-a-soqquadro-e-andarsene

[14]     A proposito di impatto linguistico dell'inglese basti pensare alla riforma della scuola proposta da Berlusconi a fine anni '90 che aveva come obiettivi dichiarati 3 I: Inglese, Internet, Impresa. All'inseguimento i leader della sinistra nel tentativo di dimostrare di essere ancora più "americani" di lui, da Valter Veltroni che usò l'obamiano "We can" per la sua campagna elettorale, a Matteo Renzi con i suoi moral suasion, jobs act, etc e poi dall'altra parte ancora Matteo Salvini, in tempi di trumpismo, con la sua flat tax.

[15]     repubblica.it/2007/08/sezioni/politica/bossi-milano-capitale/bossi-26ago/bossi-26ago

[16]   https://www.ilpost.it/2019/08/09/matteo-salvini-pieni-poteri-elezioni/ (04/04/2022).

[17]   https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/10/02/borgonzoni-la-gaffe-della-leghista-candidata-per-lemilia-romagna-la-regione-confina-anche-con-il-trentino/5491583/ (04/04/2022).

[18]  https://www.huffingtonpost.it/entry/disse-non-leggo-un-libro-da-tre-anni-ora-e-sottosegretario-alla-cultura_it_6036acd3c5b69253191abd69/ (04/04/2022).

di Paolo Borioni

Ė di poche settimane la dichiarazione del Ministro di Stato svedese Magdalena Andersson per cui il 2% del bilancio pubblico sarà attribuito alla difesa, percentuale che occorre raggiungere “appena sarà praticamente possibile”. Si prevedono aumenti di spesa in tutti i settori decisivi: aeronautica, sommergibili e missili rivolti vero il baltico, oltre ovviamente che per ritornare su livelli di reclutamento elevati. L’incremento di spesa sarà dai 36 miliardi di SKK nel 2022 a 108, un livello non più raggiunti dagli anni 1960. Si parla di una “tassa sulla difesa”, probabilmente per oltre 40 miliardi. Quanto ci vorrà a raggiungere quei livelli ovvero quale sarà la data del “praticamente possibile”? Andersson, già ministra delle Finanze, proclama impegni precisi ma poi non fissa scadenze nonostante l’opposizione borghese esiga esattamente date cogenti. Sebbene l’opinione pubblica sembri orientata verso un maggiore impegno  militare senza più escludere una adesione alla NATO, in realtà il governo socialdemocratico cerca per quanto possibile di non definire date. La (c’è da dire assai felice) tradizione di neutralità svedese evidentemente pesa ancora, almeno nel senso di non escludere un momento forse non lontano in cui la suggestione di pericolo suscitata da Putin possa decrescere. In fondo ancora pochi mesi fa l’opinione pubblica era solo in minoranza favorevole ad aderire alla NATO. Retrocedendo, poi, di qualche anno, rilievi risalenti al 2010 indicavano una sicura maggioranza assoluta per la neutralità, e negli anni successivi la discesa di questo dato produceva un aumento degli indecisi piuttosto che dei favorevoli. 

Questo forse è almeno un motivo per cui gli altri nordici vedono confermata la propria percezione della politica svedese, ovvero un ambiente in cui “si parla intorno alle cose” piuttosto che esprimersi con nettezza. Un fattore che però potrebbe affrettare la decisione è la presenza di una notevole industria nazionale per gli armamenti. Bofors per le artiglierie, Saab per l’aviazione, e una cantieristica non enorme ma che riesce a coprire la domanda nazionale di sommergibili (vitale a contrastare le tradizionali violazioni russe nel baltico) rappresenta certo una motivazione ulteriore rispetto agli altri nordici vicini, invece da questo punto di vista non muniti. 

Infine, proprio negli ultimi giorni pare cresciuta la convergenza dei socialdemocratici con i principali rivali borghesi Moderaterna per rinforzare un’unità nazionale dietro al riarmo e alla collaborazione con la NATO. Fino a non escludere, per alcuni, una Grande Coalizione. Un’adesione all’alleanza occidentale, secondo gli analisti che abbiamo consultato, diverrà sempre più probabile in caso di accrescimento (reale o percepito) della minaccia russa, ma anche se la Finlandia seguirà i suoi vicini nell’ abbandono dello status di neutrale. I finlandesi, tradizionalmente ancora più convinti degli svedesi della propria neutralità, paiono oggi in maggioranza favorevoli alla NATO.

Rimangono tuttavia alcune contraddizioni di base: in un mercato del lavoro da sempre vicinissimo alla piena occupazione non sarà facile  trovare il personale e i tecnici per ampliare la produzione militare e l’alternativa dell’importazione massiccia non è altrettanto  allettante, com’è ovvio. Per tacere del personale militare. Magdalena Andersson del resto lo ha esplicitato: “E qui voglio usare una lingua chiara: più giovani dovranno essere richiamati al servizio militare”. Quest’ultimo era stato abolito nel 2010, come tappa significativa di un itinerario di disarmo intrapreso già in precedenza. Si valutavano ormai le minacce regionali residue ad un livello così modesto da premettere di abbassare, secondo alcuni calcoli, al 10% la dotazione di personale ed attrezzature militari. Ben presto però segnali contrari hanno portato ad invertire la rotta: le varie guerre più o meno  interne di Putin e soprattutto l’annessione della Crimea nel 2014.  Ciò, proprio quando la socialdemocrazia tornava al governo, dopo un record di otto anni all’opposizione, costrinse gli esecutivi a dichiarare che si sarebbe ricorso a crescenti spese per la difesa, benché poi senza vere conseguenze pratiche. In questa scarsa coerenza hanno più di tutto contato le remore, ormai interiorizzate anche dalla Socialdemocrazia al governo, di natura “ordoliberale”, ovvero inchiodate a regole fisse (particolarmente irragionevoli in Svezia) di avanzo di bilancio e commerciale. Così, soltanto nel 2020 il bilancio per la difesa è davvero di nuovo salito, segnatamente per predisporre esercitazioni e difesa nell’isola di Götland, posta strategicamente in mezzo al Baltico.  Ma ben altro si prepara oggi, ovvero nell’epoca in cui la Russia è valutata una minaccia e si comporta pienamente come tale, tanto che il 12 marzo un portavoce del ministero degli Esteri russo ha chiarito che un avvicinamento alla NATO di Finlandia e Svezia avrebbe conseguenze, sia Politiche sia militari (senza specificare la natura di queste ultime).

Riassumendo, la Svezia è un caso paradigmatico di come la nostra parte del mondo ha interpretato il post-guerra fredda: oscillando fra noncuranza, fiducia che tutto sarebbe stato risolto dalla espansione NATO e infine allarme dinanzi all’evoluzione nazionalista del governo di Mosca. Un tentativo (probabilmente in qualche modo proficuo) di prevenire queste oscillazioni occidentali e queste malefiche evoluzioni russe, accreditando il Cremlino di uno status di partner con cui negoziare e raggiungere un equilibrio davvero globale e davvero condiviso, non è stato mai compiuto. 

Dunque, i problemi di adattamento politico, nel senso sopratutto di demografico-produttivo, ad uno scenario del tutto nuovo di riarmo, pesano e vanno valutati più degli “abiti mentali” veri, presunti o attribuiti (direi come sempre nella storia). Più che “parlare intorno alle cose” gli svedesi hanno grandi ostacoli materiali da oltrepassare. E non possono, come già Danimarca e Norvegia stanno facendo, limitarsi semplicemente a immettere nuovo carburante in un macchinario militare NATO già predisposto. A Oslo e Copenaghen, infatti, ci si sta dedicando (oltre che ad incrementare anche qui cospicuamente gli stanziamenti militari, persino in deficit) ad aggiungere alla partecipazione NATO iniziative bilaterali di collaborazione con gli USA. Per la prima volta i soldati nordamericani avranno accesso al territorio e alle strutture danesi e norvegesi, cosa sempre esclusa in precedenza, assieme ad ogni presenza di armi nucleari e di basi prettamente americane (presenti per esempio in Germania ed Italia). Oltre a ciò, esiste una struttura militare condotta dai britannici, la Joint Expedicionary Force (Jef) cui aderiscono anche Norvegia, Finlandia, Estonia, Lituania, Paesi Bassi e Islanda, focalizzata soprattutto sulla sicurezza nel Baltico, Atlantico settentrionale e mari costeggianti la Norvegia, senza escludere missioni altrove. Al Jef, opportuno notare, partecipa anche la Svezia, decisione che si aggiunge alla progressiva usura della neutralità di Stoccolma. 

È proprio questa usura a suggerire anche riflessioni più importanti e di maggiore visuale storica. In passato, la non irrilevante industria militare svedese, oltre ad essere scevra da cooperazioni con potenze tradizionali, aveva costituito paradossalmente una precondizione della sua peculiare “libertà da alleanze”, la cui altra faccia era una proiezione politica attiva e molto progressiva nel mondo della guerra fredda. Nell’ambito di questa dottrina (come era stato confermato dai due conflitti mondiali) la Svezia utilizzava la forza militare per ulteriore garanzia di potersi mantenere fuori dai conflitti. Ciò avveniva aggiungendo (con un armamento che già durante la Seconda guerra mondiale era stato incrementato) un ulteriore fattore di dissuasione militare verso potenze contrapposte in un eventuale conflitto. Esse infatti si supponevano già impegnate allo spasimo a contendersi  zone più strategicamente importanti o di frontiera (come furono la Danimarca per conquistare alla Germania le fondamentali produzioni alimentari sottraendole all’impero britannico, la Norvegia per controllare appieno gli sbocchi sul mare del Nord e l’Artico, la Finlandia come zona di confine “cuscinetto” dei sovietici). Ne derivava un uso (forse controintuitivo, ma efficace) delle armi per un’ulteriore credibilità della neutralità svedese in ogni condizione ipotizzabile. Esso fu nei lunghi decenni della maggiore egemonia socialdemocratica capace di rendere più credibile la “libertà da alleanze”. Quest’ultima inoltre, come ogni vera politica estera, non era un’opzione puramente etica, ma serviva in modo eccellente l’interesse nazionale svedese, con dunque ragioni pragmatiche evidenti. Fra esse la capacità di prevenire tensioni, in generale e a proprio sfavore, ritenuta vitale per un paese impossibilitato, per dimensioni e collocazione, ad essere a sua volta potenza. Infatti, la credibilità come neutrale rendeva anche più efficace l’opera di distensione, d’impegno multilaterale nell’Onu, nonché di cooperazione internazionale (decisamente anti-imperialista) verso il sud decolonizzato del mondo. Sollevare quanti più paesi del sud del mondo dalla mera logica delle grandi potenze fu in questi decenni un obiettivo politico coerente con l’interesse nazionale svedese.

Prendendo in considerazione quanto invece avviene oggi, si comprenderà bene che si va disperdendo il potenziale storico positivo della “neutralità attiva” svedese, una risorsa che per funzionare come importante fattore di distensione, trattative e produzione di concetti preziosi per la “sicurezza condivisa” abbisognava di elementi ed esperienze pazientemente accumulati in due secoli di “neutralità pragmatica”. 

Anche rispetto agli armamenti di difesa, l’importante produzione militare nazionale era un tempo resa sostenibile anche mediante esportazioni. Queste però erano severamente disciplinate: nessun paese in guerra, oppure aggressivo o repressivo (come il Sud Africa dell’apartheid) poteva acquistare armi svedesi. Oggi l’invio in Ucraina dei dispositivi anticarro pansarskott (per quanto al di dentro dei limiti NATO relativi ad armi “di difesa”) indubbiamente rende inservibile e un altro pezzo rilevante della neutralità svedese. Si comprende che la Svezia non potrebbe più spendersi credibilmente per il disarmo come faceva un tempo, peraltro (altro elemento di interesse nazionale) acquisendo una statura globale ben superiore alla sua dimensione geografica e demografica. Alcuni giorni or sono Pierre Schori, già principale collaboratore di Olof Palme in politica estera, è intervenuto sul maggiore giornale svedese “Dagens Nyheter” proprio per criticare le attuali propensioni della politica di sicurezza svedese. Schori ha sottolineato che la “Commissione Palme” al principio degli anni 1980 aveva prodotto importanti soluzioni favorevoli ad una distensione fra i due blocchi contrapposti. Anche se ciò avvenne in un momento sfavorevole (l’Urss invadeva l’Afghanistan, mentre Reagan rilanciava la guerra fredda e l’economia americana con i deficit gemelli sospinti dal riarmo delle “Guerre Stellari”) il concetto di “sicurezza condivisa” fu poi importante nelle evoluzioni positive della seconda parte del decennio. Secondo questo concetto nessuna vera sicurezza poteva davvero derivare dal semplice equilibrio di potenza. E tantomeno dall’espansione della sicurezza di una sola delle parti, in Europa o in Medio Oriente, come quella (molteplicemente inefficace) intrapresa da NATO e Usa in questi decenni. Occorreva trattare e raggiungere una sicurezza egualmente certa e affidabile per i principali interessati. Ed occorrevano accordi di disarmo, che infatti consentirono poi a Reagan di cambiare modo di sviluppo e, di riflesso, facilitarono all’interno dell’Urss, in declino e in difficoltà, l’emersione d’una guida politica collaborativa, alla Gorbachev, anziché una reazione disperata.

In sostanza, senza la Commissione Palme, e senza la lungamente accumulata credibilità storica della neutralità attiva socialdemocratica alle sue spalle, il mondo avrebbe avuto una via d’uscita in meno. La graduale, e ormai totale, scomparsa di questa eredità svedese conferma che oggi le risorse della convivenza pacifica stanno diminuendo proprio mentre esplode la guerra in Europa. Diminuisce il pluralismo delle posizioni nell’arena internazionale, e inevitabilmente si compattano i fronti presidiati, anche nei dibattiti pubblici interni, sempre più da ideologi travestiti da esperti. Invece prolifera, pur con diverse responsabilità e gravità, il ricorso di tutti i paesi ai depositi ideali meno collaborativi e più aggressivi.

 

Un ceto politico imbelle: incapace di trovare un accordo per eleggere la più alta carica dello Stato, si è ritrovato costretto ad arrendersi, ricorrendo alla figura carismatica del presidente uscente.

di Guido Melis
 
30 gennaio 2022
 

La rielezione di un riluttante Sergio Mattarella viene da lontano. Segna il fallimento della classe politica che è stata espressa, sin dalla fine degli anni Novanta, dagli attuali partiti. Partiti che forse sarebbe meglio chiamare per quello che sono stati e sono: aggregati casuali della post-politica, via via sempre meno orientati da valori generali e sempre più invece da ambizioni personali dei loro leader.

Siamo dunque all'atto finale di una degenerazione cominciata molti decenni fa, nella progressiva ritirata dei partiti di allora dal terreno della società sul quale erano storicamente nati e si erano consolidati. Il passaggio da quella stagione «eroica» del partito costola dello Stato, nel quale si insediavano (anzi che occupavano) e dal quale traevano il loro sostentamento e non solo nei termini del pur discutibile finanziamento pubblico. Un fenomeno che, naturalmente, si è manifestato gradualmente e in modo diverso a seconda dei partiti di allora: ma che in molti, già nel corso degli anni, Ottanta cogliemmo; e che, ancor più di noi – che scrivevamo sui giornali di provincia – colsero i nostri maestri.

Siamo all'atto finale di una degenerazione cominciata molti decenni fa, nella progressiva ritirata dei partiti di allora dal terreno della società sul quale erano nati

Una crisi, quella dei partiti, che esplose visibilmente con Tangentopoli, per poi passare attraverso il degrado morale del berlusconismo – un regime personale basato sul travolgimento delle incompatibilità tra interessi privati e pubblici – e, infine, culminare nel suicidio del ceto politico«nuovo» figliato da quelle stagioni storiche.

Si realizzano così oggi le fosche previsioni del passato: l'allarme accorato di Enrico Berlinguer per la caduta della tensione morale (chi può dimenticarlo?), il messaggio terribile di Aldo Moro dalla cella delle Brigate Rosse su ciò che sarebbe stato l'avvenire della Dc dopo la sua morte. Così come le parole profetiche di Craxi dal suo esilio tunisino: sì anche quelle, che pure allora in molti non percepimmo. Leader ognuno dei quali criticabile per gli errori compiuti, più o meno a seconda del giudizio politico che se ne può dare, ma accomunati nel sentimento di un precipitare storico degli eventi che preludeva a quanto oggi sta succedendo.

Non si tratta di un fenomeno solo italiano, ben inteso. Il declino è universale e basta guardare all'Europa e agli stessi Stati Uniti, per non dire poi della Russia, della Cina, dei Paesi dell'Africa dai quali ci si attendeva un tempo una nuova stagione di democrazia vitale e rigeneratrice. Da noi però la malattia si è espressa con una violenza assai maggiore che altrove, potendosi sviluppare (e questo è un problema storico che ci portiamo dietro da un secolo e mezzo almeno come Stato nazionale, e da assai più tempo come collettività) sul facile terreno della nostra fragilità istituzionale, della nostra vocazione antica al compromesso, nella nostra atavica assenza di senso dello Stato. In definitiva nella nostra solo apparente saldezza come comunità solidale e partecipe dei comuni destini.

L'Italia è stata fatta tardi e male, come sa chi ne ha studiato la storia, e lo si avverte, nonostante tante pagine virtuose anche nelle cronache contemporanee. Oggi, un ceto politico imbelle non riesce a trovare un accordo quale che sia per eleggere la più alta carica dello Stato ed è costretto ad arrendersi ricorrendo alla figura carismatica del presidente uscente, al quale nelle scorse ore, in un pellegrinaggio mortificante già visto all'epoca di Giorgio Napolitano, è costretto a chiedere supplenza e aiuto, invocandone in pratica una sorta di attività tutoria.

Si dirà che è colpa delle elezioni del 2018 e del loro esito schizofrenico: è vero. Ma anche quel risultato va messo nel bilancio quando si tirano le somme, perché non è venuto anch'esso per caso: anche la follia di quei voti dati «per cambiare» (così si pretendeva che fosse) al populismo berciante e privo di orizzonti di Beppe Grillo; o quella deriva di destra rabbiosa e inconsulta; e quella passività delle forze politiche tradizionali, la loro irritante e cieca sufficienza mentre tutto attorno a loro stava crollando, a trovare una risposta coerente unitaria ai bisogni del Paese.

Allora qualcuno disse – e aveva ragione – che si sarebbero dovute riformare le istituzioni, facilitare con opportune misure il governo del Paese, facilitare e non disperdere in mille sedi separate e tra loro incomunicanti i processi decisionali della politica. Si fece strame di quel progetto per settarismo politico o interessi contingenti di potere, e ne stiamo pagando le conseguenze. Da troppi anni stiamo parlando a vanvera di riforme istituzionali.

Come se ne è usciti adesso? Rieleggendo Mattarella. Un grandissimo presidente, certo, assai superiore al livello degli italiani di oggi; ma che non potrà da solo creare le premesse per risalire dal fosso nel quale siamo finiti. Si tratterebbe infatti di compiere uno sforzo sovrumano:  prima di tutto di darsi nuovi e efficaci strumenti istituzionali, che aggreghino il Paese e non lo dividano ulteriormente (dunque non il sistema proporzionale, questo è certo); poi di riformare l'istituto stesso della presidenza della Repubblica; quindi di ripartire i poteri tra governo e Parlamento, assicurando la permanenza almeno per una legislatura del primo (sfiducia costruttiva?) e la rinascita politica del secondo e della sua autonomia.

Si tratta di selezionare una classe politica formandola come un tempo la formavano i partiti che oggi non ci sono più, sperimentandola in un cursus honorum che parta dalle funzioni minori per giungere a quelle di vertice

Ma poi, sullo sfondo, ecco la cosa più difficile, si tratterebbe di selezionare una classe politica diversa da quella attuale, formandola come un tempo la formavano i partiti che oggi non ci sono più, sperimentandola poi in un cursus honorum che parta dalle funzioni minori per via via promuovere i migliori a quelle di vertice. Tuttavia, forse anche questo non basterebbe, se non vi fosse nel Paese una profonda riforma intellettuale e morale fondata sulla competenza di chi ha i requisiti, sul riconoscimento del merito individuale che va premiato, sulla distinzione, nell'eguaglianza dei diritti di tutti (tutti debbono potere acceder), delle eccellenze che pure abbiamo e che mortifichiamo o costringiamo a emigrare.

Perché governare un Paese, e non solo dai ministeri, cioè creare una vera classe dirigente, non è un gioco da ragazzi né da sprovveduti dilettanti allo sbaraglio. Va costruita, la nuova classe politica del domani. Sapremo farlo?

Indispensabili uomini chiave, invisibili ma tuttavia influenti interpreti-registi delle strategie presidenziali: sono i grand commis della Repubblica, a cominciare dai segretari generali al vertice della «macchina» interna del Quirinale

di Guido Melis
 
15 gennaio 2022
 

Quanto ha contato il dottor Ugo Zampetti nel settennato di Sergio Mattarella? Quanto Donato Marra accanto a Giorgio Napolitano? E Gaetano Gifuni, nei suoi 14 anni con Scalfaro e poi con Ciampi? E Antonio Maccanico a fianco di Pertini? O, per risalire agli inizi, Ferdinando Carbone con Einaudi, Nicola Picella pure con Einaudi e poi con Saragat e Leone? 

Ho citato, trascurandone alcuni, i grand commis della Repubblica, i segretari generali al vertice della «macchina» interna del Quirinale. Non mai semplici burocrati preposti all’amministrazione interna, come a lungo si è a torto ritenuto (la storiografia dell’Italia repubblicana li ha spesso trascurati); ma invece indispensabili uomini chiave, invisibili ma tuttavia influenti interpreti-registi delle strategie presidenziali. Basterebbero, a documentarlo, i diari di uno dei migliori, Antonio Maccanico: due densi volumi del Mulino che rivelano in modo lampante quale sia stato il ruolo «segreto» di questo intelligente quanto discreto protagonista nel periodo tra il 1978 e il 1985. Esecutore ma al tempo stesso mediatore delle scelte presidenziali; suggeritore e consigliere ascoltato; moderatore, nel caso, o sennò traduttore sapiente delle esternazioni talvolta impetuose e imprevedibili di Pertini; trait d’union tra il presidente e il mondo della politica e delle istituzioni.

 «Quello del segretario generale è stato ed è un mestiere peculiare, senza regole precise, affidato alla discrezione di chi lo svolge, al suo stile personale nell’interpretare la funzione»

Quello del segretario generale è stato ed è ancora un mestiere peculiare, senza regole precise (scarse le norme, poco influenti i precedenti). È affidato alla discrezione di chi riveste quella responsabilità, al suo stile personale nell’interpretare la funzione. Non è solo il capo dell’amministrazione, una specie di passacarte: è in realtà anche un risolutore di problemi, spesso dotato di intuito politico così da esercitare un’invisibile azione quasi di tutor del presidente.

Carbone (poi presidente della Corte dei conti) fu colui che diede alla macchina del Quirinale la prima legge organica (era il 1948) e che ne costruì l’assetto interno, riordinando una materia – gli uffici – già affrontata ma caoticamente sotto De Nicola (specie da Iginio Coffari, consigliere di Stato ed ex prefetto, cui il primo presidente si rivolse per «mettere ordine» nel palazzo Giustiniani, prima sede della presidenza). Fu Carbone a «inventare», in stretta aderenza con Einaudi, la nuova identità del Quirinale repubblicano, al tempo stesso sobria, lontana dai fasti mondani della Corte sabauda, ma a suo modo solenne, e anche basata su una sua inedita ritualità. Lo testimoniano bene gli archivi: ad esempio il Cerimoniale che Einaudi personalmente ideò in occasione della prima celebrazione da lui promossa della data del 2 giugno, la festa della Repubblica. Fa parte di quella costruzione (oggi parleremmo di brand) l’episodio arcinoto della pera del Presidente, raccontato nel 1970 da Ennio Flaiano, che ne fu testimone e co-protagonista. Arrivò alla mensa presidenziale, presenti Einaudi e la consorte, donna Ida, un massiccio vassoio straripante di frutta. Il presidente, impressionato dalla grandezza inusitata delle pere, chiese nella sorpresa (e un po’ anche nello scandalo malcelato del massiccio capo cameriere), se qualcuno dei commensali volesse per caso condividere con lui una mezza porzione del frutto. Flaiano, giovane giornalista del «Mondo», alzò arditamente la mano: Le pere divise, si intitolava infatti l’articolo-rievocazione scritto nel 1970. Finita l’epoca di Einaudi al Quirinale – commentava argutamente Flaiano – sarebbe però sopraggiunto il tempo delle pere «indivise».

Oscar Moccia, il segretario di Gronchi, ebbe statura minore di Carbone (e di Nicola Picella che intanto ne aveva preso il posto): veniva dalla carriera prefettizia, era – così almeno lo ricorda Matteo Mureddu, un anziano funzionario autore di due libri di memorie sul Quirinale dei re e dei presidenti – fisicamente basso e anche un po’ grasso, impacciato, privo di carisma, poco capace di comunicare col personale. Gronchi, un presidente iperattivo e forse anche troppo invadente (il contrario del self-control einaudiano) finì per confinarlo in un ruolo assolutamente di sfondo. Così forse fece anche Segni (che però durò poco, per via della malattia) con Paolo Strano, un altro prefetto. Più influente, ma con understatement, fu Nicola Picella; scolorito Franco Bezzi, che ne prese il posto nella seconda parte del settennato di Leone. Uomo chiave invece – lo si è accennato – Antonio Maccanico: si veda nei suoi diari la rete sempre attiva delle sue relazioni, spesso a cena in case di amici, con esponenti del mondo politico, compresi i comunisti. Rigorosamente circoscritto nei limiti tradizionali Sergio Berlinguer, un buon diplomatico con il quale Cossiga volle sostituire appunto Maccanico dirottato alla prestigiosa presidenza di Mediobanca.

Poi venne il lungo regno di Gaetano Gifuni (insieme a Maccanico e a Carbone forse da collocarsi nella triade dei più importanti segretari generali del dopoguerra); quindi il binomio Napolitano-Marra (si cambiava l’uomo al vertice, ma non la sua provenienza dall’apparato della Camera); e infine Ugo Zampetti. Al quale Marco Damilano ha di recente dedicato (forse non senza qualche forzatura) un ritratto a tinte forti, suggerendone un ruolo decisivo accanto a Sergio Mattarella.

Ma da dove venivano e vengono questi grand commis della Repubblica? 

Di solito dalle alte sfere della burocrazia parlamentare, molti già segretari generali della Camera o del Senato. Ciò li distingue nettamente da un’altra importante élite repubblicana, quella dei capi di gabinetto dei ministeri o dei segretari generali della Presidenza del consiglio, i quali sono tratti in genere dalle grandi pépinières del Consiglio di Stato, dell’Avvocatura dello Stato o (meno) della Corte dei conti. 

E come si compongono gli staff di diretta collaborazione? 

Anche qui emergono figure di specialisti in diritto: uno per tutti, che attraversò vari settennati, fu Salvatore Sechi, consigliere per gli affari giuridici, giunto sul Colle al seguito di Cossiga. Sardo della cosiddetta «Brigata Sassari» insediata al Quirinale dal «picconatore», Sechi restò però poi anche al fianco di Scalfaro, di Ciampi e di Napolitano, per un periodo che si estese dal 1985 al 2015. Fu una importantissima eminenza grigia della Repubblica. Ma ci si imbatte poi anche in non giuristi: specialisti della comunicazione (figure via via sempre più professionali, sino a quella, molto presente, di Giovanni Grasso accanto a Mattarella), addetti militari, economisti, diplomatici, specialisti dei beni culturali e talvolta in non meglio definiti «consiglieri politici». 

Tuttavia questi staff sono provvisori. Chi invece è inamovibile è la burocrazia interna, di antico insediamento e forse anche un po’, stando alla frequenza di certi cognomi, «ereditaria» (nel 1946 era stata in parte mutuata dal vecchio personale del re). Il peso di questo corpo «stabile» è indefinito: certo, dai tempi spartani delle pere di Einaudi, è enormemente cresciuto di numero.

«Che tipo di “macchina” supporterà il tredicesimo presidente? Ancora composta dalle élite tipo prima Repubblica oppure da esponenti di differente età, formazione, provenienza, cultura?»

E oggi? Che tipo di «macchina» supporterà il tredicesimo presidente prossimo venturo? Ancora composta dalle élite tipo prima Repubblica oppure – come sta accadendo ai vertici istituzionali di tutta Europa – da esponenti di differente età, formazione, provenienza, cultura? 

Rispondere non è facile. Molto dipenderà dalla persona che verrà eletta. Certo le grandi istituzioni, se vogliono durare (cioè conservare la loro legittimazione) devono saper cambiare: ma nella continuità. Occorre un mix di tradizione e di innovazione. E uno stile del presidente e del suo staff capace di «parlare» agli italiani d’oggi. 

Non sarà facile. Conforta un dato: sinora (pur con alti e bassi) gli inquilini del Quirinale sono risultati miracolosamente migliori delle classi di governo che li hanno espressi. Insomma, sul tetto di quel Palazzo, c’è stato, benefico, uno stellone d’Italia. Speriamo che, nonostante tutto, quello stellone brilli ancora.

[ Questo articolo fa parte dello speciale Quirinale 2022 su https://www.rivistailmulino.it/a/i-grand-commis-della-repubblica ]

di Nadan Petrovic, Università degli studi di Roma “La Sapienza”

Le guerre e gli esodi dei rifugiati che inevitabilmente conseguono ci trovano sempre impreparati, a maggior ragione se questi avvengono in un paese europeo. Eppure, il sistema internazionale di protezione di rifugiati nasce proprio sul suolo europeo per curare una delle principali conseguenze della Prima guerra mondale vale a dire il fenomeno dei rifugiati provenienti in primo luogo proprio dalle zone dell’attuale Ucraina. Infatti, mentre sul fronte occidentale della Grande Guerra le linee di combattimento rimassero a lungo pressoché invariate con, di conseguenza, un minor impatto sulle popolazioni civili, sul fronte orientale, l’esodo di milioni dei rifugiati fu una delle dirette conseguenze delle attività belliche (in particolare in alcune zone quali ad esempio la c.d. Galizia). Già nell’estate - autunno del 1915, il numero di rifugiati ammontava ad almeno 3,3 milioni di persone per arrivare nel 1917 – alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre - ad oltre 6 milioni. Secondo le testimonianze dell’epoca i rifugiati rappresentavano il “15 percento della popolazione di Nizhnij Novgorod e quasi il 25 percento di quella di Ekaterinoslav e Pskov. Quasi il 30% degli abitanti di Samara erano rifugiati”.

Tali eventi, amplificati come detto dalle conseguenze della Rivoluzione d’Ottobre, ma anche dagli accordi di pace successivi al conflitto introdussero cambiamenti geopolitici di enormi proporzioni (“I tre imperi europei sono crollati, erano nati quattordici nuovi Stati, si erano aggiunti undici mila chilometri di nuove frontiere esterne in Europea”), portano nei primi anni Venti il continente europeo a sperimentare una crisi di rifugiati senza precedenti, tale da rendere vani i tentativi dei singoli stati (europei) a risolverla e costringerli a dover chiedere aiuto agli organismi internazionali.  Tale ricorso portò alla creazione dell’Alto Commissariato della Società delle nazioni per i rifugiati – chiamato, inizialmente Alto Commissariato della Società delle nazioni per i rifugiati russi - e la definizione delle prime convenzioni internazionali di tutela dei rifugiati.

Anche le conseguenze della Seconda guerra mondiale furono simili nelle manifestazioni ed ancora maggiori nelle dimensioni. Alla fine della guerra, infatti, decine di milioni di rifugiati - i sopravvissuti allo Shoah, gli appartenenti alla minoranza etniche, i cittadini dell’Est europeo che scappavano dai paesi dietro la cortina da ferro – si riversarono nell’Europa occidentale in cerca di protezione. Come già accaduto nel primo dopoguerra, per fare fronte alla nuova crisi, i paesi europei dovettero ricorrere all’aiuto internazionale (erogato prima tramite UNRRA-United Nations Relief and Rehabilitation Organization, IRO-International Refugee organization e successivamente tramite ACNUR – Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), in un contesto che portò, altresì, all’adozione di uno strumento internazionale di tutela dei rifugiati importantissimo: la Convenzione di Ginevra sullo status di Rifugiato del 1951. La Convenzione che prevedeva peraltro la possibilità di essere ratificata da parte degli Stati membri mediante apposizione della la c.d.  “riserva geografica” ovvero riservandosi gli stessi Stati di riconoscere lo status di rifugiato “ai soli individui di provenienza europea”. 

La dimensione europea del fenomeno cambiò radicalmente solo in seguito al processo di decolonizzazione che a partire dagli anni Cinquanta, dopo che tanti conflitti internazionali ed interni (anche per “interposta persona”), fecero esplodere le gigantesche crisi dei rifugiati negli altri continenti, in particolare in quello africano ed in quello asiatico. In queste nuove circostanze, il continente europeo si cullò nell’idea di aver archiviato per sempre il fenomeno di rifugiati (difatti l’attenzione maggiore delle politiche comunitarie nel settore dell’immigrazione e l’asilo degli anni Ottanta fu dedicato al tema di contrasto delle domande di asilo “strumentali” anziché alla promozione di politiche d’integrazione).

Lo spartiacque in tal senso fu rappresentato dalla guerra in ex Jugoslavia, che oltre a riportare dopo quaranta cinque anni un conflitto armato, peraltro violentissimo, in Europa, produsse milioni di rifugiati. Non è un caso, infatti, che lo strumento giuridico con il quale l’Unione Europea si appresta ad accogliere rifugiati ucraini – la c.d. Direttiva sulla protezione “temporanea” del 2001 - sia stata elaborata e adottata a seguito della guerra in Bosnia Erzegovina (1992-1995) ed in Kosovo (1998-1999).   

Un ultimo cenno alla peculiarità nostrana. Nell’immediato post Seconda guerra mondiale, l’Italia fu una delle realtà maggiormente esposte al fenomeno dei rifugiati. Forse proprio per questo il nostro Paese nel 1954 fece la scelta - del tutto peculiare per le democrazie occidentali - di ratificare la già menzionata Convenzione di Ginevra sullo status del rifugiato del 1951, apponendo la già menzionata “riserva geografica”.

Di conseguenza nel periodo dalla ratifica della Convenzione nel 1954 a tutto il 1989 furono presentate in Italia solo 188.188 domande d’asilo: la maggiore pressione sul sistema d’asilo si registrò infatti, soltanto in occasione dei vari tentativi di rivolta dei paesi sotto il dominio sovietico, ed in particolare della rivolta ungherese del 1956, la cosiddetta “primavera di Praga” o del colpo di Stato in Polonia a seguito delle manifestazioni del sindacato Solidarnosz. Per il ritiro della “riserva geografica” si sarebbe dovuto, infatti, aspettare il mutamento dello scenario politico internazionale della fine degli anni Ottanta, caratterizzato dalla caduta del Muro di Berlino da un lato, e dall’avvio del processo di armonizzazione delle politiche europee in materia di immigrazione e asilo, dall’altro.  La “riserva geografica” venne infatti abolita solo con la c.d. legge Martelli nel 1990; il fatto quest’ultimo, che nel contesto di un sempre più crescente flusso globale delle persone in fuga sia da persecuzioni individuali che da situazioni di violenza generalizzata portò ad una sensibile e pressoché costante crescita delle richieste d’asilo anche nel nostro Paese, iscrivendo l’Italia – in particolare nell’ultimo decennio - tra i Paesi maggiormente esposti ai flussi per richieste di protezione internazionale tra i paesi industrializzati.

Nonostante così repentino e radicale cambio dello scenario, nel dispositivo nazionale d’asilo permangono a tutt’oggi diverse criticità strutturali - dovute, a parere dell’Autore, proprio alla particolare evoluzione esposta sopra – che rischiano di rendere molto problematica l’accoglienza dei rifugiati provenienti dall’Ucraina. Le criticità che possono essere sintetizzate, da un lato, nell’ estrema debolezza di governance nazionale del settore e, dall’altro nella pressoché totale assenza di politiche d’integrazione (a favore di quelle generiche “di prima accoglienza”, che di norma non portano gli accolti a una vera inclusione nonostante l’esborso considerevole di denaro pubblico).

Difatti, la scelta a non trattare – fino a tutto il 1989 - le domande d‘asilo dei richiedenti non europei portò non solo al delinearsi, per lunghissimo arco temporale di due distinte categorie di rifugiati: i rifugiati de iure o “sotto Convenzione” e i rifugiati de facto o “sotto mandato dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati” ma a due status molto diversi sotto il profilo assistenziale e sociale. A seconda che si tratti, rispettivamente, di rifugiati europei o extraeuropei, le domande d’asilo erano inviate al Ministero dell’Interno (alla c.d. Commissione paritetica di eleggibilità) oppure all’Ufficio dell’ACNUR in Italia (aperto in Italia il 15 aprile 1952 prima ancora della ratifica della Convenzione di Ginevra da parte dello Stato italiano). L’esito positivo del procedimento per quanto riguardava i “rifugiati europei” si concludeva con una dichiarazione di “eleggibilità” che, oltre a certificare il riconoscimento dello status di rifugiato, permetteva agli stessi di fruire del diritto al soggiorno e al lavoro, equiparandoli peraltro dal punto di vista assistenziale ai cittadini italiani. Per i rifugiati extraeuropei invece l’eventuale riconoscimento di status di rifugiato da parte dell’ACNUR (che aveva il potere di decretare la qualifica di “rifugiato sotto mandato”) non implicava il riconoscimento di alcun diritto da parte dello Stato italiano, che si limitava a rilasciare al titolare un permesso di soggiorno provvisorio “in attesa di emigrazione” (con il quale veniva preclusa, tra l’altro, ogni possibilità di svolgere attività lavorativa), costringendo quindi i “titolari non europei” a proseguire il loro viaggio. Di conseguenza, mentre agli altri paesi veniva delegato il compito di predisporre una protezione (ovvero integrazione) duratura, per quasi quarant’anni l’Italia ricopre prevalentemente il ruolo di Paese di “prima accoglienza” (offerta – fino a tutto il 1989 - in soli tre centri di accoglienza presenti sul territorio nazionale). Anche in seguito, sebbene il dispositivo di accoglienza venisse notevolmente rafforzato a partire dagli anni Duemila – al fine di fare fronte alla crescita delle domande d’asilo - la sua impostazione generale continuava (e continua a tutt’oggi) ad essere improntata alla “prima accoglienza” anziché alle politiche d’inclusione e di integrazione. Difatti, gli interventi del settore continuano a mancare di una strategia e di un approccio “olistico” al fenomeno, con il rischio di avere come risultato solo la costante necessità dell’aumento dei posti in accoglienza e/o un semplice protrarsi del periodo di permanenza nei centri. Quale risultato, già ora, molti rifugiati, pur muniti di un permesso di soggiorno di validità pluriannuale, dopo anni di accoglienza, finiscono in situazioni di grave emarginazione sociale vivendo in stabili occupati, stazioni ferroviarie ed altro.

Ciò anche a causa dell’estrema debolezza del sistema di governance nazionale. Difatti, sebbene lo Stato italiano si sia assunto gradualmente la  piena responsabilità della valutazione delle domande d’asilo (prima tramite la c.d. Commissione centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato e, successivamente tramite le c.d. Commissioni territoriali) e, dell’assistenza dei rifugiati (subentrando il Ministero dell’Interno - prima tramite la c.d. AAI Amministrazione Aiuti internazionali e successivamente tramite la Direzione Generale dei servizi civili e, successivamente e il Dipartimento Libertà civili e l’Immigrazione - in toto al ruolo svolto precedentemente dagli organismi internazionali quali UNRRA, IRO e specialmente ACNUR/UNHCR) nel nostro Paese continuano a mancare (ad eccezione di due brevi esperienze del c.d. Ministero dell’Integrazione, istituiti dai Governi Monti e Letta), sia i dicasteri con il mandato specifico in relazione alle politiche d’integrazione, sia le agenzie nazionali in grado di governare gli aspetti complessi gestionali del fenomeno dell’asilo e dell’accoglienza (sul modello della tedesca BAMF). 

Peraltro, per tornare al precedente dell’esodo dalla “ex Jugoslavia”, anche allora, per colmare le mancanze dell’azione governativa vennero avviate molte iniziative spontanee d’accoglienza a favore dei rifugiati, organizzate nella maggior parte dei casi da associazioni e gruppi di sostegno informali. Si trattò di iniziative spontanee e non coordinate realizzate con un grande slancio volontaristico che cercarono di far fronte, nell’immediato, all’emergenza. Tuttavia, ben presto si capì che occorreva sia rendere gli interventi di accoglienza propedeutici all’integrazione - che infatti avvenne con successo e anche velocemente - sia prevedere forme di efficiente coordinamento nazionale. Modello questo ripetutosi, sebbene in un arco tempo più breve, con l’individuazione di una struttura commissariale appositamente dedicata ed il coinvolgimento del sistema delle Regioni nel contesto della c.d. Emergenza Nord Africa nel 2011. 

Di conseguenza, dunque, le attese dimensioni dell’esodo dell’Ucraina, unitamente al fatto che la permanenza dei rifugiati nel nostro Paese verosimilmente non sarà di breve durata, richiedono di predisporre sin da subito interventi che vanno ben oltre delle semplici iniziative di solidarietà e di ”prima accoglienza”) e di individuare sin da subito una struttura centrale avente i compiti di coordinamento delle complessive attività in materia. In caso contrario, rischiamo di vedere letteralmente “travolto” il nostro, fin troppo fragile, sistema nazionale d’asilo.

[pubblicato il 09/03/2022]

di Paolo Borioni

Se ci astraiamo per un momento dalla corsa italiana per il Quirinale, e ci dedichiamo alla Germania, possiamo acquisire qualche elemento di riflessione sulle difficoltà attuali delle maggiori culture politiche europee.

Questo perché in Germania, a differenza che in Italia, esse ancora esistono e perché ne esistono i partiti di riferimento. Ed esistono in un paese-guida, non periferico o declinante, ergo non sono residuali come alcuni teorici (o solo imprenditori?) del nostro nuovismo hanno presuntuosamente pensato.

Socialdemocratici, cristiano-democratici e liberali sono stati presenti in tutti i governi del nuovo millennio, ma questo però non impedisce che la principale cultura politica nuova, l’ambientalismo, divenga in Germania la più grande d’Europa, oggi al governo con due ministeri decisivi. Mentre noi,  da 30 anni (quindi è una tendenza recente, non un destino storico), pur essendo patria di tutti i nuovismi, invece non abbiamo la novità politico-ideologica di maggior rilievo: l’ambientalismo. Forse il punto è che, se “il nuovo” è un’attività da imprenditori del marketing o della comunicazione (con seguito professionale di guitti), in realtà nessun ragionamento vero sull’innovazione può sopravvivere. Mentre una dialettica seria fra continuità e discontinuità è sempre possibile laddove ambedue sono rappresentate da culture politiche che, essendo appunto storiche, hanno la profondità per tematizzare esattamente il rapporto sempre complesso fra radici strutturali e mutamento. 

Vediamo ora un caso di questa complessità.

Angela Merkel, per quanto decantata come la grande leader europea, dovrebbe probabilmente essere percepita come una statista assai meno di successo di quanto si dica, per esempio perché ha sottoutilizzate le possibilità di innovazione del proprio paese.

Due dati ce lo dicono: quelli elettorali e quelli del debito pubblico tedesco. Angela Merkel ha perso le ultime elezioni per motivi di lungo periodo, non perché non era candidata: quando ha disputato la sua prima elezione le 2005, la Cdu-CSU aveva il 35% circa dei voti. Nelle successive è sempre calata, tranne quando nel 2013, dopo una legislatura in coalizione coi liberali, ne cannibalizzò il voto, costringendo la Fdp ad un’inusuale espulsione dal Bundestag per non avere raggiunto la soglia di sbarramento del 5%. I veri grandi leader del passato, a parte che avevano percentuali ben maggiori (ma erano tempi diversi con solo tre partiti, non sei come sono oggi), mantenevano la quote elettorali assai più stabili: come fecero Adenauer, Erhard e i successori dal 1953 a tutti gli anni settanta. Con Kohl cominciò un calo (ma come detto dipendeva anche dal raddoppio dell’offerta politica capace di passare il 5%), che però con Merkel si è accentuato nettamente. Oggi la Cdu-CSU è ben sotto il 25%, e inferiore alla Spd: come era capitato solo altre due volte (1972 e 1998). Come sia avvenuta questa involuzione sarebbe complesso dirlo, ma limitandosi ad una spiegazione fondamentale potremmo appunto parlare di due incapacità: sia quella di innovare proporzionalmente rispetto a quelli che sono stati i potenziali (e alle necessità), sia quella di redistribuire equamente questi potenziali. Ora, tutti sanno che le potenzialità di competitività e bilancio tedesche sono elevatissime, ma per rendersi conto della occasione mancata da Frau Merkel potremmo rifarci a qualcosa che probabilmente sfugge ai più. In una ricerca interessante (GERMANY’S BENEFIT FROM THE GREEK CRISIS, Geraldine Dany, Reint E. Gropp, Helge Littke and Gregor von Schweinitz, IWH, 2015, ma ce ne sarebbero anche altre) si calcola che la “crisi greca” ha dal 2007 in poi prodotto la disponibilità di molti risparmiatori a pagare (anziché guadagnare) per detenere i titoli di stato tedeschi. Ciò perché in molti portafogli titoli si è valutato che almeno in parte l’investimento, dato il contesto insicuro, dovesse affluire verso “porti sicuri”, a costo di conferire allo Stato tedesco, al momento della liquidazione, una certa cifra per questa operazione. Questo fatto, aggiunto agli acquisti della BCE, che compra ovviamente anche titoli di paesi saldi finanziariamente (come altrimenti sperare nel consenso in seno al direttivo BCE?) ha reso, oltre al “prestito” realizzato con l’acquisto dei titoli, circa 100 miliardi di euro aggiuntivi fra 2007 e 2015. E ovviamente anche in seguito. Ora, chi ha governato tra il 2005 e il 2021 (Spd, Cdu-CSU e Fdp nel 2013) ha perso molti voti perché, con tutta evidenza, i potenziali enormi non sono stati utilizzati né per rimediare al forte stress sociale prodottosi in una Germania sempre più ineguale e precarizzata, né per innovare in senso “verde” o riqualificare PA, trasporti, sanità, come era evidentemente richiesto. I media nordici, che seguo costantemente, sono pieni di commenti che ironizzano sull’uso del fax per comunicare con la PA tedesca, o sul livello deludente di trasporti pubblici e aeroporti (a cominciare da Tegel, il più nuovo di Berlino). O sul ritardo cospicuo delle misure per il clima. Per non parlare di settori ampi del welfare. 

Come abbiamo visto, Merkel era stata in realtà sempre (benché moderatamente) punita per questo, e le elezioni del 2021 hanno solo sancito una punizione più inequivocabile. In un’altra circostanze potremo intrattenerci sulle ragioni ideologiche e strutturali di questa mediocrità, prospettiva e realizzativa. Oggi però ci limiteremo ad alcune considerazioni conclusive. 

La Spd si è salvata dal destino di Merkel e del suo sfortunato erede designato  Laschet, risalendo del 5% (benché solo dagli abissi del 20%) perché evidentemente è stata ritenuta (anche da ex elettori Cdu-CSU che l’hanno votata) in grado di funzionare più credibilmente in un mutamento di prospettiva. La Spd è stata chiamata (dati dei flussi alla mano) a  rappresentare l’ala più redistributiva in un’alleanza con l’innovazione (soprattutto verde) del partito ambientalista e quella di ammodernamento “borghese” rappresentata dalla Fdp (oltre che dalla Spd stessa, ovviamente).

Così, l’attuale esecutivo tedesco, sul quale sono leciti parecchi dubbi per altri versi, nondimeno rappresenta una mutamento espresso nel titolo del programma concordato: MEHR FORTSCHRITT WAGEN, “osare più progresso”, che riecheggia il certo più “rivoluzionario” “Mehr Demokrati Wagen” dei tempi di Willy Brandt.

Concludiamo tornando su un punto: non ci sono “nuovismi” a realizzarlo ma liberali, socialdemocratici e verdi. I primi due sono partiti nati nel XIX secolo ma del tutto capaci di aprirsi ad una crescita nettamente ambientalista, organizzata nel partito della grande questione ambientale, e (non deve suonare paradossale) per questo presente stabilmente nel panorama tedesco da almeno 45 anni. Se si fa un paragone sul punto bisogna constatare che il nostro partito più vecchio è la Lega, che ha circa 40 anni, mentre in gran parte le nostre forze politiche sono in realtà poco più che caduche liste elettorali, di cui cambiano le sigle ma quasi per nulla idee e candidati.  

Rimane il limite che individuiamo nella innovazione proposta dal governo del cancelliere Scholz. Le grandi innovazioni che propone hanno bisogno di un consenso popolare ampio che riuscirebbero ad ottenere solo se questo “osare progresso” fosse anche l’uscita da decenni di peggioramento evidente della qualità del lavoro. È vitale che specie la rivoluzione verde, la più cruciale  e profonda, debba associarsi ad una svolta di giustizia sociale, per non suscitare resistenze che le sarebbero letali. Ma questo nesso, per l’esecutivo di Berlino, non è affatto  un obbiettivo prioritario,  come lo era invece quando il motto del rinnovamento invece era “osare più democrazia”.

 

Nel nostro paese si è a lungo dibattuto su come stabilizzare il sistema politico, e specie gli esecutivi. Le soluzioni adottate sono state soprattutto incentrate su tentativi più o meno riusciti di importare sistemi bipolari con forti dosi di maggioritario. Invano si è tentato, però, di ottenere da queste riforme il “governo la sera stessa delle elezioni”, “il governo di legislatura” e la “fine del trasformismo”. Fra le evidenze di questo insuccesso possiamo addurre che la migrazione fra i poli e i gruppi parlamentari dei singoli eletti, quasi inesistente rarità nella “prima repubblica”, è decollata a livelli inarginabili. Con pregiudizio sia dei “poli”, sia dei governi, e dunque della stabilità. Forse un eccesso di politologia elettorale ha pregiudicato la corretta visione dei rimedi, fra cui il fatto che le riforme dovrebbero riguardare il funzionamento dei parlamenti più che la demonizzazione del sistema proporzionale. La protezione dei gruppi parlamentari eletti da una troppo facile costituzione di gruppi parlamentari non eletti, oltre che la “fiducia costruttiva”, permette al sistema tedesco lunghissime trattative fra i partiti, ben lungi dal “governo la sera stessa delle elezioni”, senza pregiudicare la stabilità. Ma esistono altre possibilità, come il cosiddetto “parlamentarismo negativo” in vigore nei paesi nordici. Di cosa si tratta? 

Per comprendere il PARLAMENTARISMO NEGATIVO NORDICO è utile questa frase del presidente del Riksdag svedese, Anders Norlen, che recentemente ha dichiarato risolta una crisi di governo determinatasi la settimana precedente con le seguenti parole:
“101 hanno votato sí, 173 hanno votato no, 75 non hanno votato. Poiché meno della metà del Riksdag ha votato no, è approvata la proposta di nominare Magdalena Andersson ministro di Stato di Svezia...”.
La dichiarazione ci può  apparire paradossale, poiché in apparente contrasto con il principio di maggioranza, ma ovviamente non è così. Piuttosto, il principio di maggioranza richiesto è quello della volontà di sfiduciare il governo, che palesemente a Stoccolma in questa recentissima occasione non si è manifestata.
In sostanza, dunque, il parlamentarismo negativo non richiede, per eleggere o confermare un governo, una maggioranza dei seggi o dei presenti in aula, ma che non vi sia una maggioranza contraria. Ad esempio, l’articolo 15 della costituzione danese del 1953 dichiara che è  decaduto quel primo ministro il quale riceve un voto di sfiducia della maggioranza del Folketing; ma non prescrive che debba esservi una maggioranza palesemente a favore. Questo, peraltro, ci dice che esistono varianti, anche interne ai paesi nordici. In Svezia per la sfiducia serve una pura e semplice maggioranza contraria dei seggi. In Danimarca, Finlandia e Norvegia invece occorre che tale maggioranza si esprima in connessione con una mozione di sfiducia, il che può rappresentare un dispositivo di stabilizzazione ulteriore. D’altra parte, gli svedesi adottano una regola riguardo alle scadenze elettorali molto rigida: le elezioni del Riksdag devono comunque svolgersi a scadenza prevista ogni quattro anni, anche se nessuna maggioranza parlamentare “non contraria” o favorevole venisse trovata. In sostanza, se il governo di Magdalena Andersson fosse stato abbattuto e si fosse ricorso alle urne, poi si sarebbe lo stesso votato di nuovo alla scadenza designata costituzionalmente, cioè nell’autunno del 2022. È un fatto che la eventualità di favorire una elezione poco utile (poco in grado di spostare davvero gli equilibri) e che quindi pochi elettori avrebbero capito, è  stato uno degli argomenti di molte deputate e deputati per giustificare il loro esprimersi “non contrari”. Da parte loro, i socialdemocratici di Magdalena Andersson hanno addotto lo stesso argomento per governare anche in queste condizioni proibitive.  Questi principi e procedure esprimono un’idea di democrazia parlamentare particolarmente flessibile e complessa, ma anche particolarmente integrale: il Riksdag, il Folketing o lo Storting, cioè, sono particolarmente “creativi” (in realtà sovrani) rispetto alla tipologia di governi proponibili: ce ne sono stati (benché più raramente che altrove) di maggioranza vera e propria, di quasi-maggioranza (cioè con partiti socialdemocratici vicini a disporne da soli, ma bisognosi per insediarsi o continuare a governare di partiti comunisti o post-comunisti “non contrari”, ovvero non disposti a votare insieme ai “borghesi”,). Ce ne sono stati anche di estrema minoranza, cosa a cui si avvicina, come abbiamo visto sopra, l’esecutivo socialdemocratico di Magdalena Andersson. Insomma: in Scandinavia è particolarmente chiaro che sono i parlamenti eletti a decidere sui governi, non il momento elettorale in quanto tale.
Si potrebbe continuare a lungo, ma limitiamoci ad alcune brevi considerazioni. Proprio poiché il momento elettorale è, più ancora che in altre democrazie funzionanti con il sistema proporzionale, nettamente la elezione del Parlamento, non del governo, emerge e si afferma il costume del riconoscimento del governo, e di una trattativa parlamentare relativamente “leale”. Ciò (ed è un paradosso solo apparente) deriva dal fatto che un governo è  legittimo (cioè ha la maggioranza della non-ostilità parlamentare) anche se è di gran lunga minoranza elettorale. 
Ne discende una  considerazione finale: pur se con una saggia soglia di sbarramento (del 2% in Danimarca, del 4% in Norvegia e Svezia), il momento elettorale, distintamente da quello parlamentare, serve a eleggere le rappresentanze sociali, ideologiche e di classe (storicamente: i ceti agrari o costieri nei partiti “di Centro” in Svezia e Norvegia, il lavoro dipendente sindacalizzato e operaio nella socialdemocrazia, le professioni e l’alta burocrazia civile e militare nei Conservatori) che poi trattano in Parlamento. Senza retorica delegittimante verso governi che sono “minoranza nel Paese”. Anche da questa importante premessa è discesa la costruzione di welfare avanzati, e di sistemi competitivi a bassa disuguaglianza: cioè riconoscere che, a prescindere dalla forza maggioritaria dei governi, in parlamento avviene un confronto di classe. Perciò è importante fornire a tale confronto i presupposti anche istituzionali, collocandolo all’interno della democrazia (anche quando è aspro) anziché  negarlo, o all’estremo opposto concepirlo come guerra di classe.
Ma qui andiamo forse  troppo oltre.  Limitiamoci semplicemente a comprendere che la stabilità può essere cercata ed ottenuta in modi diversi da quelli su cui ci siamo lungamente ed invero inefficacemente concentrati.

Paolo Borioni

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