Editoriale

(intervento al convegno AICI "L'Italia è cultura", Conversano, 10 ottobre 2015).

Pongo una domanda iniziale, anzi tre: a cosa servono, oggi, le nostre riviste di cultura? Esiste, nella situazione attuale, uno specifico spazio per la loro attività? E se sì, come io credo, di quale spazio di tratta?

Una premessa, intanto. Dal dopoguerra sino più o meno agli anni ’70 le riviste di cultura, di varia tendenze e programmi, costituirono una forma specifica e molto influente dell’organizzazione degli intellettuali. Di più: rappresentarono l'ossatura, la nervatura interna, di un'architettura culturale che, alimentata com’era dalle grandi ideologie politiche del ventesimo secolo, reggeva il Paese e in certo modo lo unificava, al di là delle cesure di allora, pure profondissime. Accadde per le eroiche riviste del periodo costituente, poi per quelle degli anni della guerra fredda e infine per quelle della ricostruzione.

Fu così per la fioritura che seguì la grande gelata del ’56, per i laboratori fertili del primo esperimento di centro-sinistra. Furono le riviste di cultura a porre all’ordine del giorno le grandi questioni della modernizzazione del Paese: il lavoro e il riconoscimento dei diritti, la scuola e l’allargamento dell’istruzione, la riforma dello Stato, la programmazione economica, la revisione del marxismo stalinista verso la via italiana preconizzata da Togliatti, la fine della censura, l’uscita dal realismo verso aperture inedite alla ricerca artistica internazionale. “Il Ponte” di Calamandrei fu questo;, e “Paragone”, “Nord e Sud”, “Il Mulino”, “Nuovi Argomenti”; nella sinistra “Problemi del socialismo” “Rinascita”, “Mondo operaio”, “L’Astrolabio” di Parri; per non dire dell’insostituibile ruolo di giornali-rivista, a periodicità breve ma con contenuti alti, come fu “Il Mondo” di Mario Pannunzio (bisognerà forse scrivere una volta o l’altra la storia dei convegni degli “Amici del Mondo”) o di quell’esperimento, a metà tra la rivista e il settimanale di informazione politica che fu “L’Espresso” in foglio di Arrigo Benedetti. Persino il ’68 iconoclasta e rivoluzionario ebbe le sue riviste: “Quindici”, “Alfabeta” del gruppo 63, “Giovane critica” di Mughini, “Nuovo impegno” di Romano Luperini.

Potrei naturalmente citare molti altre testate. Ho tralasciato volutamente le riviste accademiche, o quelle disciplinari e scientifiche, limitandomi alle riviste culturali in senso stretto. La rivista culturale (non accademica ma anzi deliberatamente slegata dall’Università), meglio se autonoma dalla politica organizzata, espressione di gruppi, associazioni, tendenze, fu, prima del libro, e più dello stesso giornale, lo strumento non solo della ricerca innovativa, ma dell’organizzazione vera e propria degli intellettuali degli anni Sessanta. Un passo indietro (ma in certa misura anche un passo avanti) ai partiti.

Fu quella una stagione molto importante. Magari afflitta dalla endemica ignoranza di derivazione crociana rispetrto alla cultura scientifica, ma tuttavia fertile laboratorio di idee a cui in molti attingevamo. In molti ci siamo formati in quelle riviste (ognuna di esse aveva – ricordo – le sue repliche in provincia, spesso non banali).

Poi sopraggiunse la frattura. Una frattura epocale, che coincise con l'avvento di una cultura di massa a sfondo diciamo così consumistico-edonistico, ma anche con le forme industriali necessariamente più evolute assunte dalle attività editoriali.

Processi che allora ci sfuggivano, ma che oggi, a posteriori, possiamo vedere meglio, come ad esempio la fine delle librerie come punto di incontro e promozione della cultura (cosa non sono state le librerie, promosse da eroici librai-intellettuali, nelle nostre città di provincia, specie al Sud: terminali preziosi dell’organizzazione culturale, luoghi di incontro tra generazioni più anziane e più giovani); e l’avvento delle grandi catene di distribuzione e degli anonimi megastore di carta stampata, quelli che oggi rifiutano di vendere le nostre riviste, perché in quel caos di prodotti, in quella offerta sovrabbondante, in quegli scaffali chiassosi, non c’è posto per loro.

Se ne è parlato ad esempio molto in questi mesi, sia pure in una sede riservata come quella del Mulino: ragionando su quella fondamentale rivista oggi efficacemente diretta da Michele Salvati; che fu nel dopoguerra lo strumento cruciale di un incontro culturale e politico tra liberali illuminati e cattolici progressisti, che espresse una classe dirigente, e che ebbe il merito di legittimare allora le scienze sociali e politiche tenute a lungo ai margini dalle chiusure crociane e postcrociane.

E si è dovuto rilevare, in questa occasione, come anche quella gloriosa testate sia oggi schiacciata: da una parte dal libro, un libro però diverso da quelli del passato, spesso prodotto nella forma dell’instant-book, dell’oggetto editoriale usa e getta, legato alla attualità stretta (e quindi concorrente insidioso per il lavoro di contrappunto semestrale o trimestrale delle riviste); e dall’altra dal dominio assoluto del web: i siti, la rete, facebook, il twitter persino. Del resto è difficile oggi, per una rivista sia pure prestigiosa, “avere una linea”, seguire una bussola, proporre un progetto: perché viviamo l’età infelice del tramonto dei grandi progetti e siamo tutti privi delle bussole del passato.

Forse dovremmo ragionare di più su questa, che è la grande rivoluzione culturale del nostro tempo: la condanna a navigare a vista, l’indeterminatezza, la provvisorietà. Un diritto alla parola esteso indiscriminatamente a tutti e perciò stesso forse sempre sul punto di perdersi, perché espresso in forme dirette e istantanee, umorali; fondato sull’abolizione della mediazione culturale che era tradizionalmente rappresentata dalla rivista o dal giornale: decido io cosa mettere in pagina nel mio sito, filtro io i contenuti, li organizzo e li collego razionalmente io, li colloco io in un contesto che sarà quello che io voglio che sia.

Tutta questa, che era l’attività fondamentale delle riviste e ne costituiva in definitiva l’identità di soggetti attivi, tutto lo spazio della razionalizzazione culturale ad opera dei gruppi intellettuali che intorno alle riviste si raccoglievano e agivano, vengono oggi come inghiottiti da una innovazione tecnologica che consente per la prima volta ad ognuno di costruirsi il suo piccolo pulpito in rete (la sua piccola rivista personale, in fondo), abroga le gerarchie culturali, porta nella grande rete, senza mediazione alcuna, in forma individuale e precaria, la riflessione personale di ciascuno. E alla fine rischia di sfociare in quel rumore di fondo, quel brusìo indistinto di migliaia di voci, che a volte sembra sovrastarci, indistinto, indecifrabile, inquietante.

E’ un bene o un male? E’ un bene perché, ci piaccia o meno, il fenomeno rappresenta la dinamica fondamentale della democrazia dei nostri tempi. Uno studioso, Luigi Ceccarini, ha appena scritto un libro per Il Mulino, che affronta con ottimismo l’avvento del nuovo contesto segnato dall’informatica: La cittadinanza online. Alcuni sono catastrofisti. Io tra gli “apocalittici” e gli “integrati” (per citare un celebre ossimoro di Umberto Eco di tanti anni fa) resto incerto (ma apocalittico certamente non voglio esserlo). In altri termini, penso che la modernizzazione sia inevitabile. Certo, presenta un conto duro da pagare, ed è precisamente la messa fuori gioco definitiva di quello spazio di metabolizzazione culturale che le élites intellettuali tradizionalmente occupavano anche attraverso le riviste.

Cosa resta oggi delle riviste? Tutte sono ridotte in una nicchia sempre più circoscritta (basta vedere gli abbonamenti). Tutte vivono di circuiti quasi amicali: professionali, elitari, di tendenza.

Quale il loro destino? Penso che dovremmo discutere di questo. Ad esempio: ha senso continuare col cartaceo o dobbiamo puntare sulla presenza in rete? Una rivista che mi piace molto e alla quale mi capita ogni tanto di collaborare, “Scienza & Politica” di Pierangelo Schiera, pur essendo la sede di raffinate elaborazioni intellettuali, ha scelto decisamente di andare in rete. Sarebbe interessante avere qualche dato su questo esperimento.

Pongo anche un altro problema, che riguarda noi e forse anche altre riviste. Noi di “Le Carte e la Storia” siamo una rivista libera, nata oltre 20 anni fa al di fuori dell’università, da una “alleanza” (su cui subito mi intratterrò) tra studiosi accademici, archivisti, bibliotecari, dirigenti e funzionari delle istituzioni. Era un tentativo coraggioso di forzare i limiti della cultura accademica (l’Italia ha il record mondiale, credo, della frammentazione delle discipline universitarie, ognuna gestita da una corporazione a fini di reclutamento interno e controllo culturale e di potere). Voleva affermare un modo diverso di studiare le istituzioni, senza troppo preoccuparsi della omogeneità degli approcci, privilegiando l’oggetto, non la qualificazione degli attori. In un recente bilancio dell’histoire de droit pubblicato in Francia a cura di Jacques Krynen e Bernard d’Alteroche si può vedere come questo metodo (se così vogliamo chiamarlo) prevalga anche oltralpe, come del resto si è affermato da sempre nei paesi di cultura anglosassone.

Ebbene, pur essendo noi fuori dell’organizzazione accademica in senso stretto, ci è stato riconosciuto tuttavia di recente un ruolo di prestigio nel sistema attuale della valutazione scientifica accademica. Rendiamo conto e siamo a nostra volta valutati dall’Anvur (siamo, come si dice, in fascia A per un certo numero di settori disciplinari). Ogni articolo che pubblichiamo è sottoposto al giudizio e alla eventuale revisione di due o più referee. Dalla pubblicazione deriva all’autore una certa classificazione nella valutazione scientifica.

Voglio accennare a cosa comporta un simile riconoscimento, che pure ci inorgoglisce. E’ una responsabilità infatti che in certo modo ricade sulla nostra stessa identità di rivista.

Prima eravamo liberi di pubblicare a seconda dei nostri soli progetti culturali, attingendo ad autori che noi stessi coinvolgevamo nella rivista perché aderivano al nostro progetto culturale. Oggi siamo pressati da autori (specialmente giovani) che hanno bisogno di pubblicare per ragioni di curriculum universitario e siamo costretti a lasciare di fatto il giudizio sui loro saggi – salvo un primo screening redazionale – ai referee esterni.

Dunque sta cambiando la natura del nostro modo di fare la rivista. E il problema che ci troviamo ad affrontare è quello di mantenere la nostra identità originaria ma al tempo stesso di svolgere, in modo possibilmente obiettivo, un ruolo di selezione e proposta culturale che ci deriva da una responsabilità pubblica. Vi consegno questo tema, come uno di quelli che dovremmo per necessità proporci anche in prossime occasioni, per lo meno quelli di noi che fanno riviste di ambito anche scientifico.

Concludo. Ho descritto, forse malamente, un contesto che è cambiato e che cambia e che certamente cambierà ancora. E in quel contesto, non nel vecchio che abbiamo alle spalle, che dovremo cercare un ruolo per le nostre riviste. In questo nuovo mondo la produzione culturale è ridondante, persino schiacciante, ma priva di bussole e di stazioni di monitoraggio. Navighiamo a vista, pure invidiando le certezze sulla rotta che caratterizzavano le riviste del passato.

Ma se fosse qui, specificamente nell’adattarsi alla grande rete della cultura globale, il ruolo specifico delle nostre riviste? Se ci toccasse precisamente questa parte: di costituire, nel fluire continuo della cultura in rete, gli snodi di pausa e di riflessione, le stazioni di un rallentamento del flusso, di una sua razionalizzazione della quale forse sentiamo tutti il bisogno? Se toccasse a noi di mettere sotto la lente della critica, di raffinare i contenuti “veloci” e per definizione volatili, della produzione culturale?

Insomma, tra il libro e il twit, c'è forse uno spazio, che va difeso e protetto, che va riempito di contenuti: ed è lo spazio della ricucitura culturale, della riaggregazione dei pensieri sparsi, della paziente ridefinizione dei concetti, della sintesi e dell’ordine. Ricucire, come Penelope faceva con la tela, ciò che è strutturalmente frammentario. Ridare un ordine al disordine fisiologico del presente (e ancor più a quello che si prospetta nel futuro).

Mi direte, e sarebbe l’obiezione legittima: ma non era questo un tempo il compito della politica? Ebbene, in certo senso sì. Ed è dalla latitanza, forse dalla definitiva abdicazione della politica, che deriva il vuoto che le riviste di cultura potrebbero concorrere oggi a riempire.

Con modestia, ognuno nel suo ambito circoscritto: lavorare a questa trama, rifacendo di notte e nel chiuso delle pagine modeste delle nostre riviste, quello che di giorno viene disfatto dai grandi e potenti media che emettono comunicazione e cultura prêt-à-porter.

La Società per gli studi di storia delle istituzioni, fondata nel 1993, è aperta a tutti gli studiosi e le studiose che abbiano dato contributi di valore scientifico alla ricerca in tema di storia delle istituzioni politiche, lungo un arco cronologico che va dal Medioevo all’età contemporanea, e sin dalle prime battute della sua storia ormai più che ventennale si è caratterizzata in primo luogo come una alleanza organica tra chi fa ricerca e chi opera professionalmente nell’ambito della conservazione delle fonti. Mira, di conseguenza, a sviluppare una fertile collaborazione tra il mondo dell’Università e della ricerca e quello delle Biblioteche e degli Archivi.


Per questo, essa si propone di promuovere gli studi all’interno di un ambito tematico vasto ma ben definito, che è soprattutto quello relativo alla storia del rapporto tra potere politico e società (sia in Italia e in Europa sia in altri scenari territoriali), tanto valorizzando gli apporti alla materia che provengono dalla ricerca di prima mano realizzata all’interno degli Archivi e delle Biblioteche pubblici e privati, quanto stimolando il relativo lavoro di riflessione teorica e metodologica.


La società favorisce inoltre interscambi e sinergie con i cultori di altre discipline che condividono temi al centro dell’attenzione dell’agenda scientifica propria della storia delle istituzioni politiche. Si tratta di una agenda scientifica che si presenta, ovviamente, oggi più che mai soggetta a evoluzioni e metamorfosi. Per questo, per restare al passo con i tempi, essa deve evitare tanto di irrigidersi al riparo di steccati anacronistici, quanto di smarrire la propria specificità tematica, in uno scenario di fondo - come è quello globale e digitale - nel quale la spinta alla contaminazione tra i saperi e gli approcci disciplinari è forte, ed a mutare sono in primo luogo morfologia e funzioni di quelle istituzioni politiche, che rappresentano l’oggetto prioritario degli studi coltivati dalla Società.


Particolarmente sensibile alle problematiche relative alle fonti, la Società intende poi favorire la corretta conservazione e la valorizzazione degli archivi e delle biblioteche delle amministrazioni pubbliche e degli archivi e biblioteche privati che conservano documentazione utile allo studio della storia delle istituzioni.


La Società organizza ogni anno, in sedi variamente dislocate sul territorio nazionale, un convegno su un tema di generale interesse individuato dall'Assemblea dei Soci, e partecipa, in collaborazione con altre istituzioni scientifiche,  alla realizzazione di ulteriori occasioni di riflessione e dibattito.


La rivista semestrale "Le Carte e la Storia", classificata come di fascia A in un numero consistente di aree scientifico-disciplinari (l’area 11, l’area 12, l’area 14), è il suo organo ufficiale e ogni anno la sua redazione propone una “giornata” di dibattito aperta al pubblico, su argomenti che cambiano di volta in volta, presso la Biblioteca del Mulino a Bologna.

 

 

 

Si conclude con questo numero il primo ventennio de “Le Carte e la Storia”. Lo scrivo con qualche emozione (la parola “ventennio”, in uno storico contemporaneista, in Italia, evoca sempre strane sensazioni), ma anche con orgoglio, ricordando le tante incertezze dell’avvio: le riunioni del 1993-94, ospiti di Mario Serio all’Archivio centrale dello Stato; le lunghe discussioni sugli scopi, l’impianto, le collaborazioni; il dibattito su cosa si dovesse intendere per storia delle istituzioni e dove corressero i confini fatidici della disciplina.


Facemmo allora – credo – una scelta che si è rivelata felice: evitammo di rinchiuderci nel recinto artificiale delle partizioni accademiche. Puntammo piuttosto a identificarci per il lavoro comune sulle fonti, privilegiammo le affinità non presupposte ma dimostrate in concreto nel lavoro di ricerca. Soprattutto (e fu la vera novità) progettammo una alleanza organica degli storici delle istituzioni con gli operatori delle fonti, con gli archivisti e con i bibliotecari. Nacque un ibrido, come ci fu anche rimproverato? Se sì, fu un ibrido felicemente vitale.


Dietro c’era una associazione (la Società per gli studi di storia delle istituzioni) unita anch’essa dall’interesse per lo sviluppo della ricerca e non dalle strategie concorsuali di chi la promuoveva e vi prendeva parte. E venne naturale dare al suo “bollettino” (così allora, con studiato understatement, sottotitolammo la nostra rivista) un’impronta che fosse coerente col progetto: molta informazione bibliografica dunque (siamo stati forse, esclusi i periodici di bibliografia, la rivista che in assoluto ha pubblicato più segnalazioni in Italia, e più tempestivamente), molta attenzione agli archivi, una scelta di saggi e interventi di storia delle istituzioni medievali, moderne e contemporanee con ampia apertura ad approcci e punti di vista diversi. Per certi versi siamo stati una rivista borderline, curiosa di esplorare mondi paralleli, forse temeraria nel contaminarsi ma sempre consapevole che la buona ricerca storica richiede, sì, un rigoroso timone scientifico, ma al tempo stesso esige il coraggio di avventurarsi in nuove rotte.


Non tocca a noi trarre il bilancio. In vent’anni abbiamo pubblicato puntualmente (e sottolineo l’avverbio: ne andiamo fieri) 40 numeri e una infinità di saggi e articoli, avvalendoci prima della generosità di un piccolo, intelligente editore senese, Nuova Immagine, poi della determinante collaborazione con gli amici del Mulino. Una rivista si giudica da ciò che pubblica, sicché diranno i lettori. Tuttavia sarà consentito almeno un pacato tirar le somme su ciò che eravamo nel 1994 e su come siamo cambiati.


Io mi ricordo bene com’era la storia delle istituzioni vent’anni fa: veniva da un periodo di lunga sudditanza accademica rispetto ad altre discipline confinanti; poteva contare su una bibliografia talvolta di eccellente qualità ma di quantità certamente modesta; brancolava per molti versi alla ricerca di una sua precisa identità. C’era allora chi, per sviluppare la disciplina oltre lo statu nascenti, pensava si dovessero tracciare saldi confini, e presidiarli come fossero trincee difensive. Noi pensavamo e pensiamo ancora, invece, che si dovesse e si debba uscire in campo aperto. Fuor di metafora pensiamo che l’identità disciplinare si dimostra attraverso la legittimazione scientifica e la capacità attrattiva di una linea di studi. Che organizzando gli studi in centri di ricerca, collegandoli tra di loro, dando loro adeguati sbocchi editoriali, si potesse (si possa) uscire dall’angolo.


“Le Carte e la Storia”, lungo questi vent’anni, ha precisamente mirato a questo fine, provocando dibattiti e occasioni di confronto (le “giornate” annuali presso la Biblioteca del Mulino, i convegni promossi a Roma, a Napoli e altrove), intrecciando dialoghi scientifici significativi, suscitando sinergie e collegamenti, soprattutto cercando con la qualità dei saggi pubblicati di parlare a una più vasta comunità di studiosi, avessero o no i galloni accademici (avessero o no i quattro quarti di nobiltà degli storici delle istituzioni con il certificato in tasca).


Viviamo tempi di cambiamento radicale, anche per la ricerca storica. È l’epoca delle fonti digitali, ad esempio; ma anche della contaminazione tra i saperi, della loro interconnessione, della complessità e della interrelazione tra gli approcci disciplinari. Mutano assetto le stesse istituzioni, oggetto prioritario dei nostri studi. Ne vengono per chi studia la storia una serie di problemi nuovi, ma al tempo stesso una quantità di suggestioni e di stimoli come mai era accaduto in passato. È qui su questa frontiera del nuovo, che “Le Carte e la Storia” può continuare a essere una voce che conta.

Guido Melis

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Le Carte e la Storia

Rivista della Società per gli studi di storia delle istituzioni, è uno strumento di lavoro e di aggiornamento dedicato alla storiografia storico-istituzionale e ai suoi sviluppi, con speciale attenzione al suo rapporto con il patrimonio delle fonti.

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